giovedì 17 agosto 2017

Il Primo Emendamento è il terreno di scontro tra Trump e i suoi oppositori

Trump difende i nazisti. Trump è amico dei suprematisti bianchi e del Ku Klux Klan. Trump è razzista. Trump, con i suoi commenti dopo i fatti di Charlottesville, è venuto meno agli standard morali minimi che devono essere rispettati dal Presidente degli Stati Uniti. Anzi, è semplicemente pazzo.
Questo è il messaggio bombardato, urbi et orbi, da “main stream media” (= giornaloni seri), seguaci di Obama e Clinton, commentatori, conformisti e pigro-pensanti vari.
Ma la realtà è ben diversa.
Per comprendere la vicenda, occorre collocarla nel suo contesto. E per farlo, sono necessarie due premesse.
Prima premessa. L’accusa a Trump di essere razzista/neonazista è una barzelletta. Trump non è razzista, la sua storia personale, imprenditoriale e famigliare lo dimostra. Certo, all’occorrenza tirano sempre in ballo quella vecchia causa per discriminazione razziale che gli fecero per uno dei suoi condomini; sottacendo che per quella vicenda non vi fu alcuna condanna, perché si chiuse con un accordo. E quindi occorrerebbe ricordare, che so, che Trump è stato premiato nel 1999 dal Reverendo Jesse Jackson, per dirne una. Che suo genero, Jared Kushner, marito della figlia prediletta Ivanka, è ebreo. Che la stessa Ivanka si è convertita, per motivi di matrimonio alla religione ebraica. Che Trump è totalmente pro Israele, oltre ad essere amicone del premier israeliano Netanyahu. Le immagini della visita di Trump al Muro del Pianto hanno fatto il giro del mondo. Obama, per intenderci, da Presidente si guardò bene dall’andarci.
Seconda premessa. I fatti realmente accaduti a Charlottesville possono essere così riassunti. La città di Charlottesville vuole rimuovere la statua del Generale Lee, capo dell’esercito sudista durante la guerra Civile/di Secessione. Argomento complesso e delicato, tocca ferite che non sono mai state curate fino in fondo. Viene organizzata una manifestazione di protesta, a cui aderiscono, ovviamente, anche neo nazisti, suprematisti bianchi, Ku Klux Klan, altri gruppi di destra, che fiutano l’occasione per farsi pubblicità. Le autorità negano il permesso. L’American Civil Liberties Union (ACLU) fa causa. N.B.: l’ACLU è un’organizzazione che ha la missione di difendere le libertà costituzionali, e certamente non è sospettabile di essere favorevole a Trump. La causa l’ACLU la fa perché ha a cuore il Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti (su cui torno più avanti in questo post). Il tribunale federale autorizza la manifestazione. Militanti di sinistra organizzano una contro-manifestazione di protesta. Senza permesso. La polizia sostanzialmente sta a guardare, per ordine di un governatore e di un sindaco del Partito democratico, entrambi molto ostili a Trump. Le due fazioni, inevitabilmente, vengono a contatto, scoppiano degli scontri (violenti di destra contro violenti di sinistra). In questo contesto temporale, un pazzo criminale si scaglia con l’auto nel mezzo di una manifestazione, e una militante di sinistra, Heather Heyer, perde la vita.
Fin qui Trump non c’entra nulla. Entra in campo solo perché, in situazioni di crisi, tutti, negli Stati Uniti, guardano al Presidente come guida. Lui fa una prima dichiarazione nell’imminenza dei fatti, dicendo cose sostanzialmente di grande buon senso, ovvero condannando gli atti violenti commessi da entrambe le parti.
Primo scandalo. Lo accusano di aver fatto una dichiarazione “debole” e “troppo tollerante”. Democratici, main stream media, conformismo politico e repubblicani “tradizionali” volevano la solita condanna unilaterale standard di suprematisti bianchi, Ku Klux Klan e neonazisti, che avrebbe messo d’accordo tutti e risolto nulla. Come avrebbe fatto Obama. Che ad esempio, nel caso della morte di Michael Brown, ragazzo afroamericano ucciso da poliziotto bianco, non esitò ad accusare subito il poliziotto, salvo essere poi smentito dal proprio Dipartimento di Giustizia.
Trump, anche in questo come su molte altre questioni, intende invece differenziarsi proprio da Obama, e valutare i fatti prima di saltare alle conclusioni. Per questo ha, innanzitutto (sabato) condannato tutti i violenti, di qualunque parte. Lunedì, ha condannato esplicitamente Ku Klux Klan, suprematisti bianchi, neo nazisti. Martedì ha rinnovato la condanna esplicita a Ku Klux Klan, suprematisti bianchi, neo nazisti, ma anche quella nei confronti dei militanti violenti di sinistra.
Da qui il putiferio. L’accusa a Trump è aver messo “sullo stesso piano” neo nazisti e antirazzisti.
Ma è così? No che non è così.
Ha anche risposto ad una domanda esplicita al riguardo. Ecco il video. (Vi consiglio di guardarlo tutto, in particolare dal minuto 17:16). I



Insomma, la vicenda rispecchia un cliché ormai consolidato: Trump dice una cosa, i media e i suoi oppositori lo accusano di aver detto esattamente l’opposto.
Lo scontro è potente se si considerano anche tutti gli altri fattori in gioco.
Primo fattore. Il problema del razzismo e degli strascichi della segregazione razziale è molto grave, negli Stati Uniti. Dal punto di vista legislativo federale è stato affrontato con decisione solo poco più di cinquant’anni fa. Dal punto di vista pratico, reale, le ferite sono aperte, le discriminazioni e le disuguaglianze esistono ancora, eccome. Dal punto di vista politico, è un argomento delicato, perché fino a circa sessant’anni fa i razzisti del Sud avevano la propria casa politica nel partito democratico (sì, nell’attuale partito di Obama). Poi sono emigrati nel partito Repubblicano (sì, nel partito di Lincoln, il presidente che abolì la schiavitù). Insomma, entrambi i partiti hanno, al riguardo, i loro scheletri nell’armadio.
Secondo fattore. Il dibattito politico, negli Stati Uniti, su questo argomento, come su molti altri, è fortemente ideologizzato. La tendenza è quella di imporre un ragionamento per categorie prefissate. Una di queste è che le minoranze (afroamericani, ispanici, etc.) votano tendenzialmente per il partito democratico, i bianchi per il partito repubblicano. Chiunque cerchi di uscire da questo schema, o di scardinarlo, ad esempio ragionando in termini di diritti individuali, a prescindere dalla categoria di appartenenza, e di rilancio dell’economia interna per risolvere i problemi delle comunità più deboli e povere (come fa Trump) viene istintivamente avversato, perché pone in discussione i cardini del sistema politico vigente.
Terzo fattore. Negli Stati Uniti il Primo Emendamento della Costituzione federale tutela in modo molto ampio la libertà di manifestazione del pensiero. La tutela del free speech è molto ampia, molto di più di quella in vigore, per intenderci, in Italia, dove non sarebbero ammesse manifestazioni di neo nazisti, Ku Klux Klan o suprematisti bianchi come quelle che vediamo, invece, autorizzate negli Stati Uniti. La manifestazione di Charlottesville era stata autorizzata, come detto, da un giudice federale. La radicale differenza, su questo argomento, tra Stati Uniti e Italia (ed Europa più in generale) ha evidenti radici storiche. L’Italia e l’Europa sono cadute, ad un certo punto, nel baratro della dittatura. Gli Stati Uniti ne sono rimasti immuni, e hanno potuto continuare a credere nel principio del “free market of ideas”, della libera competizione delle idee. Ovvero nel convincimento che le idee orribili vengono sconfitte non sopprimendole, ma mettendole in competizione con le altre idee. Il Primo Emendamento, e le sue ricadute giuridiche, tracciano il perimetro di scontro di questi giorni tra Trump e i suoi oppositori. Se non teniamo conto questo aspetto, non capiamo quello che sta succedendo, e, più in generale, gli Stati Uniti.
Quarto fattore. Negli Stati Uniti c’è un grave problema di violenza politica. Con Obama, le tensioni razziali sono state solo parzialmente sublimate nel dibattito – spesso duro, a tratti violento – sulle accuse di brutalità e razzismo nei confronti della polizia (Black Lives Matter v. Blue Lives Matter). Eletto Trump, ci sono stati numerosi episodi di violenza politica da parte dei cosiddetti “Antifa”, militanti “antifascisti”. Ci sono stati anche episodi individuali gravissimi, come il tentato omicidio di un parlamentare repubblicano vicino a Trump, Steve Scalise. Del resto, anche durante la presidenza Obama, una parlamentare democratica, Gabrielle Giffords, era stata ridotta in fin di vita da un attentatore bianco. Insomma, il problema della violenza politica è grave, assai delicato, deve essere affrontato con senso responsabilità da tutte le parti.
Quinto fattore. In questo contesto, il dibattito sul Primo Emendamento è più acceso che mai. In estrema sintesi, la sinistra vuole arrogarsi il diritto a sopprimere la libertà di manifestazione del pensiero dei soggetti ritenuti “indegni” ad esprimere le proprie idee, quali neonazisti, Ku Klux Klan, suprematisti bianchi, etc. In sostanza, la sinistra vuole arrogarsi il diritto di esercitare, a proprio arbitrio, una specie di “heckler’s veto”, nozione con cui si definisce la possibilità di vietare il diritto alla manifestazione del pensiero, esercitato, però, non dalla polizia per motivi di ordine pubblico (come vorrebbe la definizione tecnica di questo concetto), bensì da parte di organizzazioni politiche che intendono arrogarsi il ruolo di “vigilanza democratica e antirazzista”. In pratica, la sinistra vuole rendere gli Stati Uniti molto più simili all’Europa, anche per motivi di calcolo politico (competere nel “free market of ideas”, è più difficile; è più facile farlo in un contesto meno pluralista e più conformista). E, purtroppo, il passo fino alla sostanziale giustificazione della violenza politica, quando viene esercitata “a tutela” delle minoranze ritenute degne di protezione, è molto, troppo breve.
Qui entra in gioco Trump. Che in questo dibattito irrompe come un soggetto alieno, come qualcosa di totalmente estraneo e diverso. Secondo Trump, il ruolo del Presidente, innanzitutto, non è quello di distribuire giudizi morali o scomuniche (come fece, ad esempio, precipitosamente Obama nel caso di Michael Brown, provocando divisioni e risentimenti), ma, soprattutto, quello di garantire la legge e l’ordine, e tutelare la Costituzione. Con tutti i suoi Emendamenti. Compreso il Primo. Quello che, come abbiamo detto, garantisce la libertà di manifestazione del pensiero anche da parte di soggetti che hanno idee orribili. Nella convinzione che le idee orribili, come detto, si combattono non sopprimendole, ma mettendole in competizione con le altre idee. Convinzione, questa, non solo di Trump, ma di coloro che scrissero e approvarono il bill of rights federale. E ci sarà un motivo se il Primo Emendamento è, appunto, il primo.
Trump non è un ideologo, ma un pragmatico. Non è un razzista. Fino a quando non si è candidato contro la Clinton i democratici erano suoi amiconi e apprezzavano i suoi assegnoni. Semplicemente, Trump non crede che la sinistra abbia il diritto di decidere quali idee possono essere manifestate, e quali no. Non crede che la sinistra abbia il diritto di esercitare una specie di “heckler’s veto” non consentito dalla Costituzione federale degli Stati Uniti. Soprattutto, Trump non crede che la sinistra abbia diritto ad un lasciapassare morale che le consenta, oltre all’esercizio della dittatura del politicamente corretto, anche l’utilizzo della violenza politica.

Forse è proprio per questo che le reazioni nei confronti delle sue parole sono così virulente. Non solo da parte di coloro che, oltre Atlantico, sono quotidianamente al lavoro per demolire quell’esperimento pressoché unico nella storia dell’uomo rappresentato – dal punto di vista istituzionale – dagli Stati Uniti. Ma anche da parte di coloro che, su questa sponda dell’Oceano, quell’esperimento non hanno mai voluto capirlo o che, per superficialità o per dolo, si prestano a travisarlo.

venerdì 28 luglio 2017

John McCain, un eroe liberal

Ovviamente John McCain è diventato improvvisamente un eroe liberal per aver "sconfitto" Trump sull'abolizione di Obamacare (la riforma sanitaria di Obama).
In effetti vale la pena ripercorrere tutte le tappe della lunghissima carriera di Old John, ricordando soprattutto il periodo in cui era in prima linea nell'OPPOSIZIONE A OBAMACARE (v. foto😜)
Forse gli "esperti" dovrebbero fare attenzione al fatto che la sconfitta sull'abolizione di Obamacare è, più che di Trump (che al Senato non vota) dei Repubblicani (no, le due cose non coincidono), anche perchè rende ineludibile la resa dei conti interna al partito, soprattutto nei confronti dei maestri di coerenza alla John McCain.


martedì 25 luglio 2017

Charlie Gard, ovvero quando la giustizia degli uomini perde il buon senso.

Vi invito a guardare la versione integrale del messaggio dei genitori di Charlie Gard. Su molti media trovate solo i passaggi più emotivi, e viene evidenziata la decisione dei genitori di "lasciare andare" Charlie, di "staccare la spina", perchè "è troppo tardi". Tanto è vero che i militanti pro vita più accesi ora si spingono a mettere sotto accusa anche i genitori, per la loro decisione di "gettare la spugna".

Nel consueto bailamme mediatico, passa in secondo piano, quasi occultato, questo passaggio (min. 1:45 del video): "... we now know had Charlie been given the treatment sooner he would have had the potential to be a normal healthy little boy". 

In sostanza, se a Charlie fosse stato concesso - subito! quando ancora si era in tempo - il suo "viaggio della speranza", forse - io dico FORSE perché la medicina è tutto tranne che una scienza esatta - si sarebbe potuto salvare, o chissà, curare.

Questa affermazione dei genitori di Charlie, pur in tutta la sua compostezza, è una condanna senza appello per la "giustizia" degli uomini. Che per mesi si è lambiccata il cervello sul concetto di "miglior interesse del bambino", facendo perdere, a quel bambino, l'opportunità che chiunque, con un briciolo di buon senso, gli avrebbe dato, essendocene la pratica possibilità, ed essendoci la volontà dei genitori: portarlo anche in capo al mondo per tentare, almeno una volta, la cura proposta dal medico più accreditato dalla comunità scientifica. 



mercoledì 7 giugno 2017

L'audizione di Comey al Senato USA: la Washington anti-Trump si prepara al suo Super Bowl

Domani è la giornata di Comey. L'ex Direttore dell'FBI, licenziato qualche settimana fa da Trump, testimonierà davanti alla Commissione di controllo sull'intelligence del Senato, ed è già pubblica la sua introduzione scritta.

I media liberal sono in fregola: a Washington D.C. (città che al 98% ha votato per Hillary, quindi una capitale che detesta il suo Presidente) i bar si stanno organizzando per garantire agli avventori la visione dell'audizione manco fosse la finale del Super Bowl. Si vocifera che alcuni gestori offriranno da bere gratis ai clienti qualora Trump dovesse twittare per ribattere in tempo reale alle affermazioni di Comey

Si sta dunque preparando un grande spettacolo, per cui (se vi appassionate come me all'argomento) tenete pronti i popcorn.

Ma oltre all'apparenza, ci sarà anche sostanza? Comey rivelerà qualcosa di davvero compromettente per Trump? Ci sarà la "pistola fumante" per l'incriminazione, l'impeachment, la destituzione del Presidente, tanto agognata da coloro che non si sono ancora rassegnati alla sconfitta di Hillary Clinton?

Ecco, qui casca l'asino. Perchè un conto è ciò che gli odiatori di Trump sperano, ben altro conto è ciò che dice la legge.

Vi consiglio davvero di guardare questa breve intervista ad Alan Dershowitz. Professore ad Harvard, super avvocato (quello del caso Von Bulow, per intenderci), campione dei diritti civili. Un mito vivente del diritto, insomma.

Ebbene, Dershowitz spiega, in quattro parole:

- che anche se fosse vero che la campagna Trump si è "coordinata" con la "Russia" con riferimento alle rivelazioni di Wikileaks (cosa di cui, peraltro, non c'è alcuna prova), non ci sarebbe alcun reato;

- che anche se fosse vero che Trump ha detto al Direttore dell'FBI di "lasciar stare" il suo ex consigliere Flynn, neppure in questo caso ci sarebbe alcun reato.

Ma allora, di cosa stiamo parlando? Del solito, ovvero di politica. Solo di pura, semplice lotta per il potere, fatta di colpi bassi, rivelazioni anonime, falsi scoop e analisi farlocche, con un solo obiettivo: conquistare il cuore e la mente dell'elettorato americano in vista delle prossime elezioni.

  
(Favolosa l'espressione di finta sorpresa di Tucker Carlson, l'intervistatore, grande attore).

giovedì 1 giugno 2017

Trump lancia il suo amo, i leader europei abboccano, e il Trattato di Parigi è defunto

Trump dichiara che gli Stati Uniti si ritirano dal Trattato di Parigi e vogliono negoziare un trattato più equo, e nel giro di poco, tra le varie reazioni, arriva la dichiarazione congiunta di Francia, Germania e Italia che dicono picche, il Trattato di Parigi non si può "rinegoziare".

Complimenti ai "leader europei". Bravi. Dei veri geni. Affermando che il Trattato di Parigi non è "rinegoziabile", Macron, Merkel e Gentiloni lo hanno definitivamente affondato. Esattamente ciò che Trump voleva.

Il Trattato di Parigi era più immagine che sostanza. Si tende a far passare in secondo piano il piccolo particolare che Obama vi ha aderito utilizzando la fantasiosa categoria dell'"executive agreement", aggirando (o violando?) la Costituzione USA, che richiede che i Trattati internazionali siano ratificati dal Senato. E il Senato USA, il Trattato di Parigi non lo ha mai ratificato. Perché? Perché non ci sono, e, soprattutto, non ci sarebbero mai stati i numeri. In pratica, dal punto di vista USA, il Trattato di Parigi era - a seconda dei punti di vista - uno "zombie" o, comunque, più un catalogo di buone intenzioni che un documento giuridicamente vincolante. 

L'intera vicenda, su cui la stampa di sinistra scriverà nei prossimi giorni fiumi di inchiostro dai toni scandalizzati, è un vero e proprio "teatrino". In pratica, si tratta di "tanto rumore per nulla", un circo piuttosto dozzinale che serve ad entrambi gli schieramenti (Trump e anti-Trump) per accontentare con poco sforzo le rispettive tifoserie. 

Il rifiuto immediato e categorico di "rinegoziare" il Trattato di Parigi è un errore politico perché chiude la porta ad un accordo vero, almeno nel breve periodo. A meno che Macron e Merkel non siano disposti a rimangiarsi l'improvvida dichiarazione di oggi. Su Gentiloni stendiamo un pietoso velo per carità di Patria. 

 

lunedì 29 maggio 2017

Fermate il treno, il macchinista tedesco dà segni di squilibrio

"E' tempo di sbarazzarsi di Trump". Così titola "Der Spiegel" oggi. Considerata l'autorevolezza del settimanale tedesco, è un'affermazione su cui vale la pena soffermarsi.

Cerchiamo, però, di distaccarci dalla polemica più contingente, e di collocarci ad un livello leggermente superiore, al livello, diciamo, della "Storia" con la S maiuscola. 

Da lì si gode una panoramica più ampia, ed è più facile capire che è a dir poco supefacente che un giornale tedesco scriva, con tale superficialità, una roba del genere del Presidente degli Stati Uniti.

Tralasciamo il fatto che l'articolo sia infarcito del più ritrito e inconsistente armamentario polemico elaborato dalla propaganda clintoniana nei confronti di Trump. Quello stesso armamentario - tra parentesi - che ha condotto la Clinton ad una sconfitta tanto cocente quanto imprevista, da cui deve ancora riprendersi.

Sorvoliamo anche sul fatto che invocare la "rimozione" di un Presidente legittimamente eletto dopo poco più di quattro mesi dal suo insediamento dimostra il fondamentale disprezzo che certe elites nutrono per le istituzioni democratiche nazionali.

Qualcuno però deve spiegare all'autore dell'articolo che un conto è "togliere di mezzo" un premier italiano (soprattutto se si chiama Berlusconi);  ben altra cosa, invece, è "togliere di mezzo" un Presidente degli Stati Uniti.

Anche solo immaginarlo è un esercizio molto pericoloso. E francamente preferisco stare alla larga da persone che si lanciano in questo tipo di speculazioni.

D'altro canto, il contesto in cui si inseriscono intemerate come l'articolo di Der Spiegel è stato tracciato dalla stessa Angela Merkel. La Cancelliera, infuriata per l'esito del G7 (unica tra i partecipanti ad averla presa così male, a dir la verità), ha dichiarato di voler dare al progetto europeo un rinnovato impulso. E fin qui non ci sarebbe nulla di male, se la "molla" di questo nuovo impulso non fosse - e qui sta la novità - non tanto anti-Trump, quanto anti-USA. Se si leggono i commenti di oggi, sembra che, dal punto di vista della Merkel, vi sia stato uno strappo nelle relazioni transatlantiche, e che proprio questo strappo la legittimi a proporsi come leader del progetto europeo.

E' necessario che qualcuno dica chiaramente alla Cancelliera che è giunto il momento di ridimensionare i suoi sogni di gloria.

Un'Europa "anti-USA" non si può fare e non è desiderabile. Non si tratterebbe di "Europa", ma di un club ad egemonia tedesca. Può andar bene per altri, ma personalmente non ne subisco il fascino.

Già una volta Berlino ci ha portato a "sbattere"; sarebbe di gran lunga preferibile evitare il bis, grazie.

Non resta che sperare che in questi giorni in Germania siano un po tutti sotto gli effetti di birra scadente.

Qualora così non fosse, rischiamo di scivolare verso tempi oscuri. O forse li stiamo già vivendo.

mercoledì 24 maggio 2017

Trump in Vaticano: l'incontro tra il contingente e l'eterno

Tra le varie tappe del viaggio di Trump, attendevo con molta curiosità l'incontro con Papa Francesco.

Secondo la semplificazione dei media, i due sono, attualmente, i massimi esponenti delle due principali e opposte correnti di "pensiero": Trump il nazionalista v. Francesco il mondialista.

Questo secondo i media, ripeto.

Guardando le immagini (soprattutto video), l'impressione è che l'incontro sia andato meglio di quanto la semplificazione mediatica induceva a prevedere.

Notare:

1. il body language di Papa Francesco, molto importante in queste occasioni. Piuttosto sorridente, francamente temevo un brutto broncio.

2. Papa Francesco, prima di chiudersi nello Studio con Trump, mi è parso molto attento a Melania (che è di religione cattolica, tra l'altro). Mi piace pensare che Francesco abbia intuito una cosa che troppi stentano a comprendere: ovvero che, per quanto sembri difficile crederlo dall'esterno, tramite Melania (e non solo tramite Ivanka) si può arrivare all'orecchio - e forse al cuore - di Donald.

3. Unica, ovviamente, la scenografia, e interessante il cerimoniale con le Guardie Svizzere e i Gentiluomini di Sua Santità (che quindi Papa Francesco non ha ancora abolito), ognuno incaricato di fare da "scorta" ad un ospite. Ne risulta un messaggio molto semplice e chiaro per ogni visitatore, incluso il Presidente degli Stati Uniti: i Capi di Stato di questo mondo vanno e vengono, ma ciò che la Città Eterna rappresenta, è appunto eterno.

4. Nessun Gentiluomo di Sua Santità, ovviamente, era incaricato di scortare "football", la valigetta con i codici nucleari che è sempre a portata di mano del Presidente degli Stati Uniti, e che lo seguiva anche questa volta. A trasportarla, in fondo al codazzo, come sempre, un alto graduato dell'aviazione americana. Chissà se qualcuno ha riferito a Papa Francesco di questa inquietante presenza nei Sacri Palazzi.



Guarda le foto dell'incontro su ilpost.it

lunedì 22 maggio 2017

Trump al Muro del Pianto: un'immagine che vale più di mille parole

Oggi Donald Trump è stato il primo Presidente degli Stati Uniti in carica a visitare il Muro del Pianto.

("Ma come, non ci era andato anche Obama?" "Sì, anche Obama ci era andato, ma quando era ancora un semplice senatore candidato alla Presidenza. Da Presidente, non ci è mai andato").

Quello di Trump è un gesto altamente simbolico, dalle innumerevoli implicazioni per quanto riguarda i rapporti tra Stati Uniti, Israele e tutto il Medio Oriente. Anche perché giunge il giorno dopo la visita in Arabia Saudita, custode dei luoghi più sacri dell'Islam. Insomma, un gesto che vale più di mille discorsi, nell'ambito di un viaggio architettato all'insegna del dialogo e del confronto con attori cruciali dello scacchiere - dialogo e confronto in cui, però, a "dare le carte" vogliono chiaramente essere gli Stati Uniti.

Agli odiatori di Trump di professione, che pur di trovare qualcosa a cui appigliarsi lo accusano di aver ritrattato la promessa elettorale di spostare l'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme (promessa che, in realtà, è accantonata solo per il momento per non intralciare il processo di pace tra Israeliani e Palestinesi), chiedo: perchè - se era così facile - nessun Presidente degli Stati Uniti in carica, neanche Obama, ha mai fatto quello che Trump ha fatto oggi?

Segui il viaggio di Trump in Israele su Axios

domenica 21 maggio 2017

"Weiner": l'inarrestabile caduta di un ex astro nascente del Partito Democratico USA

Netflix propone "Weiner", altra opera da mettere nella lista delle cose da vedere per gli appassionati dell'attualità politica Usa.

E' un documentario sulla fallimentare campagna di Anthony Weiner durante le primarie del Partito Democratico del 2013 per la candidatura a Sindaco di New York. Per chi segue un po' le faccende dell'altra sponda dell'Atlantico (e non legge solo Repubblica), il personaggio è noto: Anthony Weiner è il marito (quasi ex) di Huma Abedin, fedelissima consigliera e vicepresidente della campagna presidenziale di Hillary Clinton. Weiner stato per sette volte membro del Congresso, un vero e proprio astro nascente del Partito Democratico. Poi è caduto in disgrazia per la sua passione per il "sexting" (lo scambio di foto e messaggini osè via Internet), ed è stato costretto a dimettersi dalla Camera dei Rappresentanti nel giugno del 2011. Dopo un paio d'anni, ha visto nella corsa per diventare Sindaco della Grande Mela come ideale occasione di riscatto. Ma è stato travolto da un nuovo scandalo (sempre per la sua passionaccia per l'invio di messaggi e foto osè a donne con cui non è sposato), e dopo una partenza sorprendente, la sua campagna è naufragata.

Il documentario è notevole, ha il suo indubbio punto di forza nell'accesso diretto ai protagonisti, e fornisce dettagli davvero interessanti sul dietro le quinte di una campagna elettorale americana, e, soprattutto, sul rapporto tra Anthony e Huma.

Alcune cose che emergono dal film:
- Weiner è un vero combattente. Il coraggio (o masochismo?) con cui ha rifiutato di ritirarsi, arrivando poi ultimo, è davvero ammirevole; 
- Huma secondo me è (o quantomeno è stata) davvero innamorata di lui - e altrettanto umiliata;
- Huma mangia un sacco di pizza d'asporto (citazione per intenditori delle teorie della cospirazione);
- notevole la scena in cui Weiner, con l'aiuto del proprio staff, cerca di seminare una delle sue "amiche di penna" virtuali che voleva fargli una "carrambata" (ovviamente con reporter al seguito) sotto la sede del suo comitato elettorale nelle ore decisive della campagna;
- perfido il montaggio finale della scena di Antony e Huma a spasso con il figlio, intervallata con le immagini della cerimonia del giuramento dell'attuale sindaco di New York, De Blasio, officiata dall'ex Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton; un esplicito richiamo ad un'altra cerimonia officiata proprio Bill Clinton, quella del matrimonio tra Anthony Weiner e Huma Abedin.

Ecco il trailer:


Perchè vale comunque la pena di vedere il film oggi:
- Anthony Weiner è finito dritto in mezzo allo scandalo email-gate di Hillary Clinton; proprio alcune e-mail girategli dalla moglie Huma convinsero l'ex direttore dell'FBI, James Comey, ad annunciare la riapertura dell'indagine su Hillary pochi giorni prima del voto delle presidenziali di novembre (Hillary ha dichiarato di essere convinta che proprio questo annuncio le costò la Casa Bianca);
- Andrew Breitbart, figura chiave dei media della "destra alternativa" Usa, giocò un ruolo fondamentale nel far scoppiare il primo scandalo che costrinse Weiner alle dimissioni dal Congresso -  quando si parla di Anthony Weiner, quindi, si parla dello scontro diretto tra la c.d. "alt-right" e il clan Clinton.

Sviluppi proprio di questi giorni (il documentario è del 2016 per cui, ovviamente, si ferma prima):
- il 19 maggio Anthony Weiner ha patteggiato l'accusa di invio di materiale osceno ad una minore, e sembra che la sua carriera pubblica sia davvero giunta alla fine;

sabato 20 maggio 2017

Cose da guardare con calma: elementi base di geopolitica

Consiglio vivamente la visione di questa lezione di Dario Fabbri, esperto di geopolitica, dal titolo "Dalla guerra fredda al nuovo disordine mondiale".

Non ne condivido tutti i giudizi su alcuni aspetti contingenti, ma fornisce un inquadramento generale dei fondamentali temi di geopolitica, indispensabili per comprendere il mondo di oggi e, in particolare, il viaggio di Trump che parte dall'Arabia Saudita.

Purtroppo su Youtube non sono riuscito a trovare la terza (e, presumo) ultima parte della lezione.




Qui un breve cv di Dario Fabbri.

Ringrazio il prof. Marco Dani per la segnalazione.

venerdì 19 maggio 2017

Il New York Times contraddice lo "scoop" del New York Times: primi appunti sulla "guerriglia" mediatica della stampa liberal contro Donald Trump

Il giorno dopo lo "scoop" sul "memo" di Comey (vedi post precedente), il New York Times ha pubblicato un articolo di Elizabeth Foley, professore di diritto costituzionale al Florida International University College of Law, che contraddice direttamente lo "scoop" e, soprattutto, le implicazioni che gli oppositori di Trump ne hanno voluto trarre.

La prof.ssa Foley, infatti, spiega in punta di diritto perchè, anche qualora la ricostruzione del New York Times fosse corretta, Trump non avrebbe commesso nulla di penalmente rilevante. Non ci sarebbe stato, quindi, alcun "intralcio alla giustizia". No impeachment, quindi.

Ma come? Come è possibile che lo stesso giornale pubblichi sulle proprie colonne, ad un giorno di distanza, due articoli di significato diametralmente opposto?

E' possibile eccome.

Almeno per tre motivi:

1. l'editoriale della prof.ssa Foley serve a ristabilire al credibilità del New York Times per il pubblico "tecnico";
2. implicitamente, l'articolo insiste, di fatto, sulla tesi che il "memo" di Comey esista;
3. sempre implicitamente, l'articolo scagiona lo stesso Comey da possibili guai per non aver denunciato a chi di dovere le "pressioni" di Trump (se non ci sono state pressioni penalmente rilevanti, Comey ha fatto bene a non denunciarle).

Poco conta che la contraddizione logica con lo "scoop" del giorno prima sia stridente. Tanto dello "scoop" (anche se non corroborato) parlano tutti, mentre dell'articolo della prof.ssa Foley, molti meno. E, soprattutto, è stato raggiunto lo scopo politico che la fonte del New York Times, probabilmente, intendeva ottenere: la nomina di uno "special counsel" per il coordinamento delle indagini sul "Russiagate".

Si tratta solo di un ennesimo episodio di "guerriglia" mediatica, in particolare di quella "guerriglia" scatenata dalla stampa liberal contro Donald Trump 

Altri esempi?

Questo articolo della Reuters in cui si afferma che sono stati rivelati altri diciotto contatti tra la campagna Trump e esponenti russi. Se ci si ferma al titolo (come molti fanno, nell'era delle notizie lette sullo smartphone), sembra roba grossa. "Annegata" nelle pieghe dell'articolo vi è però la precisazione che gli investigatori che hanno esaminato queste diciotto comunicazioni hanno concluso che non vi è traccia di "collusione" tra la campagna Trump e la Russia di Putin.

Ultimo esempio, questo: un senatore repubblicano avrebbe affermato che "Putin ha pagato Trump". A prima vista, un'altra bomba atomica. Ma, anche qui, se si legge tutto, ci si rende conto del fatto che si tratterebbe di una battuta, di una vera e propria barzelletta. Tuttavia la battuta, nei titoli, è stata divulgata come se fosse una notizia seria.

Questo è il livello della "guerriglia" mediatica tra la stampa liberal e il Presidente Trump. Occorre quindi utilizzare una doppia dose di spirito critico, se si vuole distinguere tra la "fuffa" (tantissima) e la sostanza (quasi nulla). Soprattutto, se si legge solo la stampa italiana, che quasi sempre riporta di "seconda mano" quello che la stampa liberal americana scrive.

Magari nei prossimi giorni scriverò qualcosa sulle tecniche che Donald Trump utilizza per controbattere, soprattutto con i suoi tweet (che, non a caso, tanto fastidio danno ai suoi oppositori).

Per ora mi limito a questa citazione della prof.ssa Foley (l'autrice dell'articolo di cui ho parlato in apertura), dedicata agli oppositori di Donald Trump, e che condivido parola per parola: "Crying wolf undermines the credibility of the opposition, further divides an already deeply divided country and breeds cynicism about American institutions that is as dangerous to our republic, if not more, than outside meddling".



Letture - L'errore di calcolo di Bin Laden

L'articolo " Bin Laden’s Catastrophic Success " di Nelly Lahoud, pubblicato su Foreign Affairs nel settembre/ottobre 2021 , c...