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lunedì 12 agosto 2024

Il test europeo e il voto Usa

Il 9 agosto un mio articolo è stato pubblicato come editoriale sulle testate del gruppo Athesis. E' disponibile online sul sito di Brescia Oggi. 

venerdì 2 agosto 2024

Dietro le quinte della campagna Biden: perché i Dem tremano

Situazione così grave che è intervenuto Obama in persona. Distanza tra la “bolla” del presidente e alcune élite. Chi il candidato (o la candidata) migliore per battere Trump?

Pubblicato su Atlantico Quotidiano il 9 gennaio 2024

A meno di dieci mesi dalle presidenziali Usa, l’incertezza regna sovrana. Nel campo repubblicano, stando ai sondaggi, Donald Trump sembra avere la nomination in tasca. Il suo cammino, però, è reso incerto dai numerosi processi in cui è coinvolto, e dai tentativi, in corso in alcuni Stati, di escluderlo dalle elezioni, in quanto ineleggibile perché “responsabile di insurrezione” per l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Tutti gli occhi sono già puntati sulla Corte Suprema, dinanzi alla quale la questione sarà discussa all’udienza del giorno 8 febbraio. 


Inquietudine Dem

Se Atene piange, Sparta non ride. Sul fronte opposto, infatti, per molti pezzi grossi del Partito Democratico, Biden e il suo team stanno valutando con troppo ottimismo le possibilità di vincere in una “partita di ritorno” contro Trump, che – nonostante tutto – viene ritenuta probabile.L’inquietudine nasce, innanzitutto, dai sondaggi, che sono, per Biden, molto preoccupanti. A dicembre, in alcune rilevazioni il suo tasso di approvazione è sceso sotto la soglia psicologica del 40 per cento, con tendenza in discesa. La situazione è così grave che Obama in persona è intervenuto per consigliare a Biden un approccio “più dinamico”.

I consigli di Obama

Lo sappiamo perché qualcuno ha pensato bene di spifferare al Washington Post di un pranzo privato che i due hanno avuto poco prima di Natale. In quell’occasione, Obama avrebbe suggerito a Biden di spostare la macchina elettorale “al di fuori” e “oltre” la cerchia dei suoi consiglieri della Casa Bianca – sull’esempio di ciò che Obama stesso fece, con successo, nel 2012.

Lo staff della campagna di Biden sostiene di aver già fatto tesoro dei suggerimenti e di avere tutto sotto controllo. Secondo molti strateghi democratici, però, si tratta di un ottimismo eccessivo. David Axelrod, architetto politico di Obama, sostiene che Biden contro Trump può vincere, ma deve rendersi conto di dover affrontare una sfida “preoccupante”.

Il sostegno a Israele

La debolezza di Biden nasce dal fatto di non essere riuscito a consolidare la coalizione che gli ha consentito di battere Trump nel 2020, e di essere, ora, pericolosamente vicino a perderne pezzi essenziali. A sinistra, infatti, cresce la disapprovazione, se non vera e propria rabbia per il sostegno che il presidente ha inevitabilmente garantito ad Israele nella guerra contro Hamas. Se Biden perde i voti degli arabi americani e dei giovani, non ha speranze di ottenere un secondo mandato.

Gli “articoli di fede”

Il “catechismo” che la campagna Biden continua a ripetere ai critici del proprio partito si basa su quattro “articoli di fede”: primo, a novembre la guerra Israele-Hamas sarà già un ricordo lontano; secondo, l’economia sarà in crescita, e ciò non potrà non premiare il presidente uscente (all’insegna del noto adagio della politica americana – e non solo – “it’s the economy, stupid”); terzo, l’aborto sarà ancora al centro del dibattito elettorale, e ciò favorirà i Dem, perché donne e elettori indipendenti – dopo la sentenza Dobbs che ha eliminato la tutela costituzionale federale dell’interruzione volontaria della gravidanza, rovesciando la sentenza Roe v. Wade – non vorranno dare a Trump la possibilità di nominare alla Corte Suprema altri giudici conservatori; quarto – ultimo ma non meno importante – per battere Trump si confida di raccogliere e spendere un miliardo di dollari.

Il discorso grintoso di Biden a Valley Forge – di fatto un attacco ad alzo zero contro Trump (menzionato ben 44 volte in mezz’ora) – pronunciato alla vigilia del terzo anniversario dell’”insurrezione” del 6 gennaio 2021, ha rincuorato alcuni ambienti del Partito Democratico. Altri, però, non nascondono il proprio nervosismo.

Partito diviso

Una teleconferenza di mercoledì scorso tra la campagna Biden e “surrogati” e opinionisti Dem non sarebbe andata molto bene, anzi avrebbe rivelato una preoccupante lontananza tra la “bolla” del presidente e alcune élite del partito. Lo sappiamo perché alcuni partecipanti si sono affrettati a far trapelare la loro delusione ad Axios – sito solitamente ben informato su ciò che si sussurra nei corridoi di Washington.

Il ripetersi di retroscena e “fughe di notizie” rivela che il Partito Democratico è profondamente diviso sulla ricandidatura di Biden. Obama continua ad appoggiarlo e consigliarlo. Cosa che non deve sorprendere, perché, con Biden alla Casa Bianca, Obama vede la possibilità di continuare ad esercitare il ruolo non tanto di “padre nobile” del partito (di quasi vent’anni più giovane…), ma di vero e proprio “presidente ombra”.

Ma cosa farà la sinistra dei Dem? E cosa faranno i Clinton (che nel partito contano, e molto)? L’unica cosa su cui sembrano tutti d’accordo, nel Partito Democratico, è che l’avversario da battere sarà Trump, nonostante i suoi molteplici e variegati problemi giudiziari. Il contrasto è su chi possa e debba essere il migliore candidato, o la migliore candidata da contrapporgli. Nel frattempo, ogni giorno che il conflitto Israele-Hamas prosegue sugli attuali livelli di intensità, è un colpo ad uno dei quattro pilastri della campagna di Biden, e le sue possibilità di rielezione si riducono.

martedì 5 dicembre 2017

Su Gerusalemme Trump vuole realizzare ciò che il Congresso ha deciso ventidue anni fa

“Trump dichiara Gerusalemme capitale d’Israele”.

“Trump decide di spostare l’ambasciata Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme”.

“Trump mette a rischio il processo di pace in Medio Oriente”.

Ma è davvero così?

Andiamo con ordine.

È stato il Congresso degli Stati Uniti, ovvero l’organo legislativo, e non Trump, a dire per primo che Gerusalemme  “dovrebbe” essere riconosciuta capitale d’Israele, e che  l’ambasciata “dovrebbe” essere spostata da Tel Aviv a Gerusalemme. La legge è nota come Jerusalem Embassy Act e fu approvata nel 1995 a  larghissima maggioranza in entrambi i rami del Congresso, quindi con supporto bipartisan. 

All’epoca Presidente era Bill Clinton, il quale dimostrò tutto il suo coraggio politico-istituzionale su un argomento così delicato: non mise il veto, ma nemmeno firmò la legge, che entrò in vigore comunque, ma in virtù della norma della Costituzione che dà al Presidente massimo dieci giorni di tempo (“domeniche escluse”) per rispedire al mittente una legge approvata dal Congresso.

Tanto per chiarirci, nel 1995 Donald Trump pensava a tutt’altro, faceva l’imprenditore, era sposato con Marla Maples e faceva la pubblicità di Pizza Hut.




Ma allora come mai si continua a parlare di questo argomento - come se fosse una clamorosa novità -  a distanza di ventidue anni? Perché la legge contiene una clausola che consente al Presidente di posticipare di sei mesi in sei mesi lo spostamento dell’ambasciata, se ritiene che la sicurezza nazionale sia a rischio.

I vari Presidenti che si sono succeduti - lo stesso Clinton, e poi Bush Jr. e Obama - si sono sempre avvalsi della clausola. Del resto, va considerato che negli Stati Uniti, titolare delle principali prerogative in materia di politica estera non è il Congresso ma il Presidente. La legge però non è mai stata abrogata, e ogni sei mesi il problema si ripresenta. 

E qui arriviamo a Trump. Anch’egli, a giugno, si è avvalso della clausola di rinvio. Ed è stato sbertucciato per essersi rimangiato una promessa elettorale. Ma che abbia intenzione di attuare lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme lo sanno, da mesi, anche i sassi, perché è un impegno che ha preso fin dalle elezioni primarie del Partito Repubblicano.

Il punto è che Trump ha dimostrato la tendenza a mantenere molte delle sue promesse, soprattutto le più controverse - cosa che lo differenzia dai politici “di professione”. Per cui se i leader arabi non l’hanno capito e pensavano che The Donald avrebbe lasciato perdere hanno commesso un errore di valutazione. Ricordiamoci che solo un paio di mesi fa Trump ha deciso di ritirare gli Usa dall’Unesco, a causa della linea anti-israeliana di quella branca del sistema Onu (ed alla faccia di coloro che lo accusano di anti-semitismo).

Resta da analizzare la terza affermazione. La  decisione di Trump metterà davvero fine al processo di pace in Medio Oriente? Considerato l’argomento ci vorrebbe un indovino, e io non lo sono. Al momento, in realtà, non si sa nemmeno quale sia, esattamente, la sua decisione. Mi viene, però, da proporre, a mia volta,  una domanda: ma siamo proprio sicuri che in Medio Oriente sia ancora in corso un processo di pace che possa essere messo a rischio dalla decisione di Trump (qualunque essa sia)? 





lunedì 22 maggio 2017

Trump al Muro del Pianto: un'immagine che vale più di mille parole

Oggi Donald Trump è stato il primo Presidente degli Stati Uniti in carica a visitare il Muro del Pianto.

("Ma come, non ci era andato anche Obama?" "Sì, anche Obama ci era andato, ma quando era ancora un semplice senatore candidato alla Presidenza. Da Presidente, non ci è mai andato").

Quello di Trump è un gesto altamente simbolico, dalle innumerevoli implicazioni per quanto riguarda i rapporti tra Stati Uniti, Israele e tutto il Medio Oriente. Anche perché giunge il giorno dopo la visita in Arabia Saudita, custode dei luoghi più sacri dell'Islam. Insomma, un gesto che vale più di mille discorsi, nell'ambito di un viaggio architettato all'insegna del dialogo e del confronto con attori cruciali dello scacchiere - dialogo e confronto in cui, però, a "dare le carte" vogliono chiaramente essere gli Stati Uniti.

Agli odiatori di Trump di professione, che pur di trovare qualcosa a cui appigliarsi lo accusano di aver ritrattato la promessa elettorale di spostare l'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme (promessa che, in realtà, è accantonata solo per il momento per non intralciare il processo di pace tra Israeliani e Palestinesi), chiedo: perchè - se era così facile - nessun Presidente degli Stati Uniti in carica, neanche Obama, ha mai fatto quello che Trump ha fatto oggi?

Segui il viaggio di Trump in Israele su Axios

Letture - L'errore di calcolo di Bin Laden

L'articolo " Bin Laden’s Catastrophic Success " di Nelly Lahoud, pubblicato su Foreign Affairs nel settembre/ottobre 2021 , c...