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domenica 4 ottobre 2020

Riassuntone del primo dibattito Trump - Biden

Dopo un minuto che Biden stava parlando si è capito perché Trump lo ha soprannominato #sleepyJoe. Really, REALLY low energy.

Dopo un altro minuto si è capito che la partita era 1 contro 2: Trump contro Biden E il moderatore. (Spoiler: Biden non è arrivato primo). Obiettivo di Biden, con i suoi sorrisetti di sottofondo (finchè ha avuto la forza di farli), era quello di far perdere le staffe al notoriamente incazzoso Trump. Che però si è abbastanza contenuto.
Piccolo punto a favore di Trump quando Biden ha negato l’esistenza del “manifesto” congiunto con Sanders (forse perché se ne è dimenticato). Team Biden dovrà fare damage control alla propria sinistra.
Biden si è semplicemente RIFIUTATO di rispondere alla domanda del moderatore sulla procedura di nomina della Corte Suprema (fine dell’ostruzionismo? modifica della composizione?) e il moderatore non ha fatto una piega.
Biden è stato debole/sleepy anche quando ha attaccato Trump sulla gestione della pandemia. Poteva per lui essere una requisitoria, ma proprio gli è mancata l’energia. Trump si è difeso abbastanza bene ma poi ha esagerato nel suo classico stile auto celebrativo.
Una cosa è risultata chiara: Biden tifa contro l’arrivo del vaccino, anche se potrebbe salvare vite, perché non lo aiuterebbe a vincere le elezioni.
Trump molto efficace quando ha sottolineato non solo i costi economici ma anche i rischi sociali (depressione, alcolismo, crisi familiari) del lockdown.
Il grande scoop del New York Times sulle tasse di Trump si è rivelato per quello che è veramente: Trump ha goduto dei benefici fiscali consentiti dall’amministrazione Obama. Tema imbarazzante per Biden, per cui il moderatore è stato veloce a cambiare subito argomento.
Dopo un’oretta Biden ha cominciato a cedere: Il moderatore gli ha fa una domanda sulla politica fiscale e lui ha risposto fischi per fiaschi.
Biden si è rifiutato di rispondere alla domanda sugli impicci di suo figlio con la Russia; anche in questo caso il moderatore glielo ha consentito.
Imbarazzante che il partito democratico abbia affidato la denuncia della “sistemica ingiustizia” che affliggerebbe il sistema americano a Biden, che ha 47 anni di vita pubblica alle spalle (la prima volta che è stato eletto non ero nemmeno nato). Non c’era proprio nessuno di più credibile?
Altra domanda a cui Biden semplicemente non ha risposto, eppure era facile facile: indicare un’associazione di poliziotti che lo appoggi. Silenzio. Imbarazzante.
Involontaria comicità di Biden quando ha risposto, a precisa domanda del moderatore, di non aver chiamato il sindaco di Portland o il governatore dell’Oregon, che sono del suo partito, perché intervenissero per sedare le violenze. “Non ho un incarico pubblico”. Infatti, è solo candidato alla presidenza degli Stati Uniti d'America. E poi pretende che sia Trump a dimostrare leadership nell'unità.
Quelli che hanno avuto la loro proprietà distrutta durante le proteste di questi mesi avranno sicuramente apprezzato quando Biden ha detto: "Antifa is an idea, not an organization”.
Sul clima Trump ha difeso, sorprendentemente, le proprie posizioni in maniera molto più efficace di un Biden ormai visibilmente esausto.
IN SINTESI: un dibattito brutto, litigioso, noioso perchè uno dei due candidati (Biden) è l'ombra soporifera del politico brillante di un tempo (il candidato giusto con quattro anni di ritardo), e l'altro (Trump) è stato ingabbiato dal format e sempre ostacolato dal moderatore.
A mio parere entrambi i team ne escono scontenti: Biden non è crollato, Trump non è deragliato. Repubblicani e Democratici ne escono confermati nelle proprie convinzioni. Gli indipendenti, credo saranno rimasti sconcertati da molti passaggi da catch nel fango, ma nell'incertezza potrebbe comunque prevalere Trump, perchè Biden è veramente, VERAMENTE imbarazzante come candidato Presidente.

venerdì 19 maggio 2017

Il New York Times contraddice lo "scoop" del New York Times: primi appunti sulla "guerriglia" mediatica della stampa liberal contro Donald Trump

Il giorno dopo lo "scoop" sul "memo" di Comey (vedi post precedente), il New York Times ha pubblicato un articolo di Elizabeth Foley, professore di diritto costituzionale al Florida International University College of Law, che contraddice direttamente lo "scoop" e, soprattutto, le implicazioni che gli oppositori di Trump ne hanno voluto trarre.

La prof.ssa Foley, infatti, spiega in punta di diritto perchè, anche qualora la ricostruzione del New York Times fosse corretta, Trump non avrebbe commesso nulla di penalmente rilevante. Non ci sarebbe stato, quindi, alcun "intralcio alla giustizia". No impeachment, quindi.

Ma come? Come è possibile che lo stesso giornale pubblichi sulle proprie colonne, ad un giorno di distanza, due articoli di significato diametralmente opposto?

E' possibile eccome.

Almeno per tre motivi:

1. l'editoriale della prof.ssa Foley serve a ristabilire al credibilità del New York Times per il pubblico "tecnico";
2. implicitamente, l'articolo insiste, di fatto, sulla tesi che il "memo" di Comey esista;
3. sempre implicitamente, l'articolo scagiona lo stesso Comey da possibili guai per non aver denunciato a chi di dovere le "pressioni" di Trump (se non ci sono state pressioni penalmente rilevanti, Comey ha fatto bene a non denunciarle).

Poco conta che la contraddizione logica con lo "scoop" del giorno prima sia stridente. Tanto dello "scoop" (anche se non corroborato) parlano tutti, mentre dell'articolo della prof.ssa Foley, molti meno. E, soprattutto, è stato raggiunto lo scopo politico che la fonte del New York Times, probabilmente, intendeva ottenere: la nomina di uno "special counsel" per il coordinamento delle indagini sul "Russiagate".

Si tratta solo di un ennesimo episodio di "guerriglia" mediatica, in particolare di quella "guerriglia" scatenata dalla stampa liberal contro Donald Trump 

Altri esempi?

Questo articolo della Reuters in cui si afferma che sono stati rivelati altri diciotto contatti tra la campagna Trump e esponenti russi. Se ci si ferma al titolo (come molti fanno, nell'era delle notizie lette sullo smartphone), sembra roba grossa. "Annegata" nelle pieghe dell'articolo vi è però la precisazione che gli investigatori che hanno esaminato queste diciotto comunicazioni hanno concluso che non vi è traccia di "collusione" tra la campagna Trump e la Russia di Putin.

Ultimo esempio, questo: un senatore repubblicano avrebbe affermato che "Putin ha pagato Trump". A prima vista, un'altra bomba atomica. Ma, anche qui, se si legge tutto, ci si rende conto del fatto che si tratterebbe di una battuta, di una vera e propria barzelletta. Tuttavia la battuta, nei titoli, è stata divulgata come se fosse una notizia seria.

Questo è il livello della "guerriglia" mediatica tra la stampa liberal e il Presidente Trump. Occorre quindi utilizzare una doppia dose di spirito critico, se si vuole distinguere tra la "fuffa" (tantissima) e la sostanza (quasi nulla). Soprattutto, se si legge solo la stampa italiana, che quasi sempre riporta di "seconda mano" quello che la stampa liberal americana scrive.

Magari nei prossimi giorni scriverò qualcosa sulle tecniche che Donald Trump utilizza per controbattere, soprattutto con i suoi tweet (che, non a caso, tanto fastidio danno ai suoi oppositori).

Per ora mi limito a questa citazione della prof.ssa Foley (l'autrice dell'articolo di cui ho parlato in apertura), dedicata agli oppositori di Donald Trump, e che condivido parola per parola: "Crying wolf undermines the credibility of the opposition, further divides an already deeply divided country and breeds cynicism about American institutions that is as dangerous to our republic, if not more, than outside meddling".



martedì 16 maggio 2017

Cosa non torna nello "scoop" del New York Times sui memo privati di Comey

Il New York Times scrive che l'ex direttore dell'FBI avrebbe dichiarato, in un memo privato, che il Presidente Trump gli avrebbe chiesto di interrompere le indagini sull'ex Consigliere della Sicurezza Nazionale Flynn - che a gennaio fu costretto a dimettersi pochi giorni dopo la nomina.

L'autore dell'articolo dice di non aver visto questo memo, ma che gli è stato letto. E vabbè, crediamogli.

Perché Comey avrebbe scritto questo memo? A futura memoria e futuro utilizzo, per costruire una "pista di carta". E vabbè.

Ovviamente i Democratici urlano - come sempre - allo scandalo, e addirittura invocano l'impeachment. Sostengono infatti che Trump sarebbe colpevole nientepopodimeno che di intralcio alla giustizia. 

Molte cose, però, non tornano in questo "scoop" del New York Times.

Tre tra tutte.

La prima: già il 23 gennaio il Washington Post  scriveva che l'FBI aveva assodato che Flynn non aveva commesso niente di illecito. Che senso aveva per Trump esercitare "pressioni" su Comey a FEBBRAIO? L'indagine su Flynn era già sostanzialmente defunta.

La seconda: qualche giorno fa il Direttore dell'FBI facente funzioni, McCabe, ha dichiarato SOTTO GIURAMENTO che Trump non ha tentato di esercitare pressioni sulle indagini dell'FBI.

 

La terza: in sostanza, Comey si sarebbe tenuto il suo memo privato nel cassetto per mesi. Strano comportamento, per uno il cui compito non è esattamente scrivere dossier, ma fare indagini. E guarda caso, questo "memo" finisce sui giornali, grazie ad una manina "anonima", subito dopo il suo licenziamento.

A chi appartiene questa "manina"? Non lo sappiamo, il New York Times non lo dice. Si tratta, infatti, dell'ennesima storia basata su "fonti anonime".

Viene però da pensare una cosa: questo "scoop" basato su memo privati di Comey che finiscono alla stampa dà forse un senso a questo strano tweet di Trump di qualche giorno fa.



UPDATE: se si vuole analizzare la faccenda dal punto di vista tecnico-giuridico, vale la pena leggere questo blog di Matt Wilson sul sito di Mike Huckabee (noto sostenitore di Trump peraltro).

In estrema sintesi, Wilson, che è un avvocato, spiega che se l'articolo del New York Times va preso seriamente, è la condotta di Comey e della fonte del New York Times, innanzitutto, a suscitare gravi interrogativi.

Tre, infatti, sono le possibili alternative.

1. Se Comey ha percepito le pressioni di Trump come serie, avrebbe dovuto denunciare il Presidente. Si tratta di un obbligo sanzionato penalmente. Lo ha fatto?

2. Se Comey ha denunciato Trump, chi ha fatto "trapelare" alla stampa i suoi memo (dando per scontato che esistano) può aver danneggiato un'indagine in corso. Anche questo sarebbe un reato.

3. Vi è una terza alternativa: ovvero che, in realtà, Comey non considerasse quelle di Trump pressioni illegittime, tali da integrare un crimine. Insomma, vi è la possibilità che si tratti di "fuffa", di tanto rumore per nulla.

Personalmente, propendo per l'ultima ipotesi. 

mercoledì 29 ottobre 2014

Sui rapporti tra lobby e potere giudiziario negli Usa

Inchiestona del New York Times sulle strategie messe in atto dai lobbisti per "influenzare" i procuratori generali (capi della pubblica accusa) negl Usa.
Inviti a conferenze in resort di lusso, spese di viaggio; se occorre, danno una mano ad impostare le cause.
Viaggio in un mondo poco indagato e poco trasparente, perché non si applicano le regole che valgono per i rapporti tra interessi organizzati e funzionari eletti ad incarichi legislativi o esecutivi.
Lacuna non da poco, perché anche i procuratori generali sono eletti, o nominati dalla politica...

Letture - L'errore di calcolo di Bin Laden

L'articolo " Bin Laden’s Catastrophic Success " di Nelly Lahoud, pubblicato su Foreign Affairs nel settembre/ottobre 2021 , c...