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sabato 3 agosto 2024

Parigi 2024, un riflettore globale sui problemi del macronismo

Quanto avvenuto è un monito, per i leader politici, delle complessità e dei rischi che comporta ospitare i grandi eventi in un contesto politico e sociale già teso

Pubblicato su Atlantico Quotidiano il 30 luglio 2024

Nelle intenzioni degli organizzatori, le Olimpiadi di Parigi avrebbero dovuto essere una celebrazione della Francia sotto la guida di Emmanuel Macron. Il mondo ha assistito, però, ad una falsa partenza. Nonostante le aspettative di unità e celebrazione, la cerimonia di apertura ha suscitato polemiche in tutto il mondo, in un contesto caratterizzato da fragilità e tensioni.

Rischi e opportunità dei Giochi

La decisione di ospitare le Olimpiadi è sempre una scelta delicata. Per il Paese organizzatore è un’opportunità per mostrarsi al mondo, per esibire potenza, valori, cultura, e anche capacità di attrarre investimenti. Ronald Reagan, ad esempio, utilizzò i Giochi di Los Angeles del 1984 per smentire i critici che parlavano di declino degli Stati Uniti. Anche Macron aveva un obiettivo simile.

Tuttavia, ospitare un evento di tale portata comporta rischi di pari magnitudine. Non solo per i costi organizzativi elevati, ma anche perché i Giochi possono fornire una ribalta globale per contrasti internazionali e problemi interni. Ne sono chiari esempi i boicottaggi durante la Guerra Fredda (Mosca 1980 e Los Angeles 1984, ma anche Montreal 1976), e, più di recente, quelli della cerimonia di apertura dei Giochi invernali di Pechino 2022.

Un inizio divisivo

La cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi è stata funestata da due eventi principali. Il primo è stato il massiccio sabotaggio delle linee ferroviarie ad alta velocità, uno dei simboli della Francia contemporanea, che, la notte prima, ha coinvolto centinaia di migliaia di passeggeri. Un fatto grave, che ha messo in discussione la capacità del Paese di garantire la sicurezza durante un evento di tale importanza.

Il secondo evento è stato il controverso spettacolo della cerimonia di apertura. Che fosse intenzione degli organizzatori dileggiare l’Ultima Cena o meno, ciò che conta è come essa è stata percepita dal pubblico. La cerimonia ha scatenato le polemiche tra chi si è sentito offeso da certi eccessi ideologici woke – e chi ha esplicitamente irriso le reazioni indignate degli altri.

È la prova di un fallimento. Le cerimonie di apertura dei Giochi devono essere belle, al massimo possono essere noiose o retoriche. Ma non devono essere momento di polemica o offesa, pena il tradimento del motivo stesso per cui i Giochi vengono organizzati. Le Olimpiadi, per definizione, devono unire i popoli, e promuovere la pace e la comprensione tra le Nazioni nel nome dello sport. Le polemiche attorno alla cerimonia di apertura di Parigi, invece, hanno dimostrato che il risultato raggiunto è esattamente l’opposto. L’evento è diventato un fattore di divisione, e a livello globale.

Il fattore Macron

Nelle intenzioni di Macron, le Olimpiadi di Parigi avrebbero dovuto essere una celebrazione del suo regno da monarca repubblicano che volge ormai alla conclusione (non può ricandidarsi). “This is France!”, ha scritto baldanzoso su X (ex Twitter). E nel fare ciò, ha dimostrato un notevole distacco dalla realtà, se si considera che, solo poche ore dopo, gli organizzatori dei Giochi, travolti dalle polemiche sulla cerimonia di apertura, sono stati costretti a scusarsi.

D’altro canto, le Olimpiadi sono iniziate a meno di tre settimane dalle elezioni per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, che hanno evidenziato un Paese profondamente diviso, con un Macron in crisi di consensi che, per arginare l’ondata della destra lepenista che si era palesata alle elezioni europee, ha dovuto resuscitare proprio quella sinistra che, all’inizio della sua carriera politica, aveva voluto “rottamare”.

Quanto avvenuto alle Olimpiadi di Parigi è un monito, per i leader politici, delle complessità e dei rischi associati all’ospitare un evento di tale portata in un contesto politico e sociale già teso. Per fortuna i Giochi sono, soprattutto, il più importante evento sportivo della nostra era, e saranno gli atleti, con le loro imprese, ad incarnare lo spirito olimpico autentico.

giovedì 1 giugno 2017

Trump lancia il suo amo, i leader europei abboccano, e il Trattato di Parigi è defunto

Trump dichiara che gli Stati Uniti si ritirano dal Trattato di Parigi e vogliono negoziare un trattato più equo, e nel giro di poco, tra le varie reazioni, arriva la dichiarazione congiunta di Francia, Germania e Italia che dicono picche, il Trattato di Parigi non si può "rinegoziare".

Complimenti ai "leader europei". Bravi. Dei veri geni. Affermando che il Trattato di Parigi non è "rinegoziabile", Macron, Merkel e Gentiloni lo hanno definitivamente affondato. Esattamente ciò che Trump voleva.

Il Trattato di Parigi era più immagine che sostanza. Si tende a far passare in secondo piano il piccolo particolare che Obama vi ha aderito utilizzando la fantasiosa categoria dell'"executive agreement", aggirando (o violando?) la Costituzione USA, che richiede che i Trattati internazionali siano ratificati dal Senato. E il Senato USA, il Trattato di Parigi non lo ha mai ratificato. Perché? Perché non ci sono, e, soprattutto, non ci sarebbero mai stati i numeri. In pratica, dal punto di vista USA, il Trattato di Parigi era - a seconda dei punti di vista - uno "zombie" o, comunque, più un catalogo di buone intenzioni che un documento giuridicamente vincolante. 

L'intera vicenda, su cui la stampa di sinistra scriverà nei prossimi giorni fiumi di inchiostro dai toni scandalizzati, è un vero e proprio "teatrino". In pratica, si tratta di "tanto rumore per nulla", un circo piuttosto dozzinale che serve ad entrambi gli schieramenti (Trump e anti-Trump) per accontentare con poco sforzo le rispettive tifoserie. 

Il rifiuto immediato e categorico di "rinegoziare" il Trattato di Parigi è un errore politico perché chiude la porta ad un accordo vero, almeno nel breve periodo. A meno che Macron e Merkel non siano disposti a rimangiarsi l'improvvida dichiarazione di oggi. Su Gentiloni stendiamo un pietoso velo per carità di Patria. 

 

domenica 7 maggio 2017

La vittoria di Macron non basta per far dormire sonni tranquilli a Bruxelles

Con la vittoria di Macron, Bruxelles può tirare un bel sospiro di sollievo; ma ha ben poco da festeggiare.
Il quadro politico della Francia, fondamentale Stato fondatore dell'Unione Europea, è in evoluzione ed è ancora presto per decifrarlo.
Le forze dell'establishment politico sono in crisi.
Il partito socialista del Presidente uscente Holland - che non si è ricandidato vista la propria travolgente impopolarità - ha le ossa rotte, anzi, frantumate.
Non se la passa meglio il partito gollista, il cui candidato, Fillon, non è arrivato al ballottaggio perchè "azzoppato" per via giudiziaria. 
Emmanuel Macron è stato fenomenale nel cogliere l'opportunità e ha vinto; ma manca di fascino, deve dimostrare di essere un leader, e deve costruire un partito da zero.
Il Front National, dal canto suo, ha aumentato di molto i propri voti, sia in senso assoluto (al primo turno), sia in senso relativo (al ballottaggio). Marine Le Pen promette di cambiare pelle al proprio movimento, in autunno, per mandarne definitivamente in soffitta i tratti più "impresentabili", stringere alleanze, infrangere il "fronte repubblicano" e tentare davvero, la prossima volta, di vincere.
Nel frattempo, a giugno ci sono le elezioni legislative. Saranno quelle elezioni a indicare veramente quale direzione intende prendere la Francia.


sabato 6 maggio 2017

"Macron leaks": anche le presidenziali francesi hanno i loro hacker

Colpo di scena nelle ultime ore prima del voto delle presidenziali francesi: anche la campagna elettorale di Macron è rimasta vittima di un hackeraggio informatico.

Qui trovate un servizio piuttosto dettagliato della Reuters.

Attenzione: le similitudini con quanto avvenuto durante le presidenziali USA sono solo parziali.

Innanzitutto, Wikileaks non c'entra, o perlomeno, non c'entra direttamente. Nel senso che le informazioni non sono state divulgate dalla piattaforma gestita da Assange, ma sono state pubblicate su un altro sito che consente la condivisione anonima di files. La differenza non è secondaria, perché Wikileaks si fa vanto di condurre verifiche sull'autenticità delle informazioni, prima di pubblicarle.

La cosa singolare è che Wikileaks si sta dando un bel da fare per verificare, ora, se i #Macronleaks - questo è l'hashtag che gira sui social - contengono notizie false. Quale è l'interesse di Assange nell'investire tempo e risorse per verificare notizie divulgate da altri? Chissà.

La Commissione di controllo della campagna elettorale ha reagito in modo truce, sostanzialmente diffidando i media "seri" dal divulgare i "Macron leaks" senza prima aver verificato la veridicità delle notizie (cosa ovviamente impossibile da fare in poche ore).

Molti si chiedono se questo ennesimo attacco hacker è in grado di influenzare l'esito del voto. Assange, che di queste cose se ne intende, da Twitter si mostra  scettico: ritiene che sia troppo tardi, è iniziato il silenzio elettorale e gli elettori hanno già maturato le proprio decisioni.

Ma allora, quale è l'obiettivo degli hacker? 

Per chi si fa questa domanda, il "sondaggio" lanciato da Wikileaks sul proprio profilo Twitter contiene delle opzioni interessanti: come si dice in inglese, "food for thought".


Letture - L'errore di calcolo di Bin Laden

L'articolo " Bin Laden’s Catastrophic Success " di Nelly Lahoud, pubblicato su Foreign Affairs nel settembre/ottobre 2021 , c...