sabato 7 maggio 2022

Roe v. Wade: una “talpa” per intimidire la Corte Suprema, in puro stile Dem

Questa settimana la politica Usa è stata terremotata dalla fuga di notizie sulla sentenza che la Corte Suprema sarebbe in procinto di pronunciare sull'aborto. Di seguito, l'articolo che ho scritto su Atlantico Quotidiano.


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La politica Usa è scossa dallo scoop della testata Politico, che ha ricevuto e pubblicato la prima bozza della sentenza con cui la Corte Suprema avrebbe deciso – il condizionale, come si vedrà, è d’obbligo – di ribaltare la famosa sentenza Roe c. Wade del 1973, che riconobbe il diritto costituzionale della donna all’aborto. Un passo che era nell’aria, ma che è comunque clamoroso per la sua portata storica, perché si tratterebbe di abbandonare un orientamento giurisprudenziale – e, con esso, uno specifico regime di tutela dei diritti delle donne – che sta per compiere cinquant’anni.

Per comprendere le dirompenti ripercussioni politiche del problema, è indispensabile ricostruire il contesto in cui si inserisce questa stupefacente fuga di notizie. Secondo quanto è dato comprendere leggendo la bozza di sentenza, la Corte intende compiere questo passo nel caso Dobbs c. Jackson Women’s Health Organization, in cui si discute sulla costituzionalità di una legge dello Stato del Mississippi del 2018 che ha anticipato al compimento della quindicesima settimana di gravidanza il divieto di aborto, salvi i casi di emergenza medica o di gravi malformazioni del feto. La legittimità costituzionale di questa legge statale è contestata perché l’attuale orientamento della Corte Suprema federale consente, invece, di limitare l’aborto solo dopo la ventitreesima-ventiquattresima settimana di gravidanza, quando, cioè, la maggioranza degli esperti considera che il feto potrebbe sopravvivere autonomamente.

La bozza divulgata da Politico è scritta come un’opinione di maggioranza, e ciò significa che almeno cinque giudici della Corte (in totale sono nove) dopo la discussione orale della causa Dobbs, svoltasi lo scorso 1 dicembre, hanno votato per ribaltare la sentenza Roe c. Wade e la successiva sentenza Planned Parenthood c. Casey, che l’aveva confermata negli aspetti sostanziali. Nella bozza della sentenza Dobbs, redatta dal giudice Alito, si legge che Roe c. Wade è una sentenza “palesemente sbagliata fin dall’inizio” e “profondamente dannosa”, perché la Costituzione federale non menziona esplicitamente l’aborto (il che, testualmente, è vero), né tutela tale diritto implicitamente (argomento che, invece, è oggetto di acceso dibattito da quasi cinquant’anni). Secondo successive rivelazioni della Cnn, i cinque giudici che sarebbero d’accordo con il “ribaltone” giurisprudenziale sono tutti “conservatori”, tutti nominati, cioè, da presidenti del Partito Repubblicano: oltre allo stesso Alito (nominato da Bush jr.), si tratterebbe di Clarence Thomas (nominato da Bush sr.), e dei tre giudici nominati da Trump, ovvero Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett. Il Chief Justice Roberts, che pure è classificato come “conservatore” in quanto anch’egli nominato da Bush jr., sarebbe, secondo indiscrezioni, orientato per un’opinione parzialmente dissenziente (che con terminologia profana potremmo definire “cerchiobottista”), ovvero sarebbe d’accordo nel ritenere la legge del Mississippi costituzionalmente legittima, ma sarebbe contrario al completo accantonamento del precedente Roe c. Wade.

Le fughe di notizie dalla Corte Suprema Usa sono rare, visto che le regole a salvaguardia della riservatezza del lavoro dei giudici sono estremamente rigide; e, quando avvengono, sono quasi sempre clamorose, poiché si tratta dell’organo giudiziario che tratta i casi più importanti dell’intera federazione. Vi furono indiscrezioni, ad esempio, anche in occasione del caso Roe c. Wade, proprio il famoso precedente in materia di aborto che ora la Corte avrebbe deciso di ribaltare. Lo stesso Chief Justice Roberts ha chiarito, con un comunicato ufficiale, che la bozza oggetto della fuga di notizie è autentica, ma che non si tratta della decisione definitiva, ed ha ordinato un’indagine, assicurando che l’episodio non minerà l’integrità dell’attività della Corte.

In questo caso, lo scoop di Politico è clamoroso non solo perché riguarda l’aborto, argomento estremamente sensibile e polarizzante negli Stati Uniti (e altrove), ma perché avviene in quello che potrebbe essere il momento decisivo, e quindi più delicato, del processo decisionale della Corte. Le bozze delle decisioni e perfino i voti dei giudici a volte cambiano nel periodo che intercorre tra il voto iniziale, che, come detto, i giudici effettuano dopo aver ascoltato la discussione orale, e la pubblicazione della sentenza definitiva, che in questo caso era prevista a cavallo tra fine giugno ed inizio luglio, prima della pausa estiva.

Le interpretazioni possibili sono più d’una. La “talpa” potrebbe essere un giudice progressista o un suo assistente, che intende fare pressione sui cinque colleghi conservatori per convincere almeno uno a cambiare idea. Oppure potrebbe trattarsi di uno di questi cinque giudici, o di un suo assistente, che ha capito che qualcuno sta per “defilarsi” e intende impedirglielo. Comunque sia, nella Corte c’è un cosiddetto “whistleblower”, il cui scopo è sabotare la decisione, o, in ogni caso, infiammare il dibattito pubblico (che rischia di essere dirompente dal punto di vista istituzionale) per influenzarne l’esito.

Roe v. Wade è tra le decisioni più controverse nella storia della Corte Suprema. Come furono veementi le reazioni che la accolsero più di 49 anni fa, non possono essere che accese le reazioni alla decisione di “ripudiarla”, che ha comunque portata storica. E siamo solo all’inizio. Per di più, le gravi imprecisioni compiute dai media nostrani nel riportare la notizia non ci aiutano a comprendere i termini del dibattito.

Cerchiamo di fare chiarezza. Se la decisione sarà quella formulata con la bozza redatta dal giudice Alito, ciò non comporterà, di per sé, l’introduzione negli Stati Uniti del divieto di abortire. Tale decisione, infatti, avrà un risultato diverso, ovvero eliminerà il divieto, per gli Stati membri della federazione, di approvare leggi che limitino o vietino l’aborto in maniera difforme rispetto a quanto stabilito dalla Corte Suprema con la sentenza Roe c. Wade e, successivamente, Casey. In altre parole, spetterà al legislatore statale, o federale, democraticamente eletto, regolare la questione. Ed è facile prevedere che negli Stati governati dai Democratici l’aborto rimarrebbe ampiamente consentito, mentre verrebbe limitato o vietato in quelli a maggioranza repubblicana. Non si avrebbe più, così, una base di tutela uniforme in tutta la federazione.

Lo scoop di Politico è una scossa di terremoto nella campagna per le elezioni di medio termine del prossimo novembre. Se fino a ieri i principali argomenti del dibattito erano, per i Democratici, l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 come momento “squalificante” per Trump e per tutti coloro che lo sostengono, e, per i Repubblicani, il caro prezzi, da oggi il tema dell’aborto, estremamente controverso, irrompe sulla scena.

I Democratici hanno reagito immediatamente, dando l’impressione di avere i comunicati stampa già pronti nel cassetto, in perfetta coordinazione tra loro (erano stati avvertiti?). La Speaker della Camera Nancy Pelosi e il leader della maggioranza al Senato Chuck Schumer hanno attaccato i giudici conservatori della Corte Suprema con una dichiarazione durissima. Il senatore Bernie Sanders si è messo a capo dell’ala progressista e invocato l’approvazione urgente di una legge federale a tutela del diritto di abortire. Cosa facile a dirsi, ma molto difficile, se non impossibile, a farsi, perché al Senato i Democratici non hanno una vera maggioranza (l’assemblea è, di fatto, divisa esattamente a metà, 50 Repubblicani contro 48 Democratici e 2 Indipendenti, questi ultimi affiliati al gruppo democratico), e le attuali procedure richiedono addirittura 60 voti.

Il presidente Biden ha diffuso un comunicato con il quale, in sostanza, ha chiesto alla Corte di non ribaltare Roe c. Wade. Biden, però, oltre ad essere in crisi nei sondaggi, ha un problema di credibilità sull’argomento specifico. Nella sua lunga carriera politica ha fatto molte cose, e non tutte coerenti tra di loro. E sul tema dell’aborto ha giustificato i propri cambi di opinione con l’influenza del proprio background cattolico. All’inizio degli anni Ottanta ha dapprima votato a favore, e poi contro un emendamento costituzionale che avrebbe consentito ai singoli Stati membri di legiferare in materia anche oltre i limiti posti da Roe c. Wade. E poi nel 2003 ha votato, da senatore, a favore del Partial-Birth Abortion Ban Act, legge che vieta una specifica e molto controversa procedura abortiva. Oggi la sua nuova mossa è tentare, insieme ai suoi colleghi di partito, di cambiare una sentenza della Corte Suprema.

Se la fuga di notizie dalla Corte Suprema è clamorosa, altrettanto lo è l’attacco coordinato mosso dal potere legislativo e dal potere esecutivo federali nei confronti dell’indipendenza della Corte, ovverosia del più alto organo del potere giudiziario federale. Ci sono tutti i presupposti per una grave crisi istituzionale, che rischia di assumere connotati pericolosi, se i Democratici non resisteranno alla tentazione di incoraggiare le proteste di piazza. Una preoccupazione tutt’altro che peregrina, visto quanto avvenuto il 6 gennaio 2021, quando a scendere in piazza per protestare, in quel caso, contro l’esito delle elezioni presidenziali, sono stati i sostenitori di Trump, che si sono spinti fino ad invadere il Campidoglio, dimostrando come gli Stati Uniti siano un Paese non solo profondamente diviso, ma anche sull’orlo di una vera e propria crisi di nervi.

La sfida per i Democratici è decisiva. Sul tavolo della Corte Suprema non c’è solo il tema dell’aborto e del diritto di scelta delle donne, ma anche il pericolo di una grave sconfitta politica che aumenterebbe per loro il rischio, attualmente concreto, di perdere la maggioranza al Congresso alle elezioni di medio termine di novembre. I sondaggi – per quello che valgono – sono preoccupanti.

Il cambio di rotta della Corte Suprema in materia di aborto sarebbe a tutti gli effetti una vittoria “postuma” della presidenza di Donald Trump, che potrebbe galvanizzare i Repubblicani. La nomina di giudici conservatori “a tutto tondo”, pronti ad accantonare “automaticamente” la sentenza Roe c. Wade alla prima occasione utile, era stata una delle promesse elettorali di Trump, che ha potuto mantenerla ben tre volte, nominando Gorsuch (che rimpiazzò Scalia, leggenda dei conservatori), Kavanaugh (al posto del “moderato” Kennedy) e, soprattutto, Barrett al posto del giudice Ginsburg, quest’ultima simbolo progressista e paladina del diritto di scelta delle donne, che morì poche settimane prima delle elezioni del 2020. Riuscendo a nominare questi tre giudici relativamente giovani (si tratta di incarichi a vita), e, in particolare, con la nomina di Barrett al posto di Ginsburg, Trump è riuscito, nonostante la veemente opposizione democratica, ad assicurare nella Corte Suprema una duratura maggioranza conservatrice di 6 a 3. Ciò, almeno, sulla carta, vista la descritta propensione – che tende ad essere un’abitudine nei frangenti decisivi – del Chief Justice Roberts a votare coi giudici “progressisti” (proprio un ripensamento all’ultimo di Roberts avrebbe salvato la riforma sanitaria di Obama nel 2012).

Il nuovo equilibrio creato nel supremo organo giudiziario federale non ha dato a Trump tutti i risultati che si attendeva. La Corte Suprema si è ostinatamente rifiutata di dare corda ai ricorsi che il presidente uscente e i suoi alleati hanno presentato per cercare di ribaltare il risultato delle elezioni presidenziali del 2020. La Corte, nel fare ciò, ha rafforzato il proprio ruolo di arbitro terzo, imparziale e indipendente. Si tratta ora di capire se il “capitale politico” (in senso istituzionale) accumulato in quell’occasione basterà alla Corte per non soccombere alle pressioni che gli altri poteri dello Stato federale hanno deciso ora di esercitare nei suoi confronti, sfruttando il varco aperto da “gole profonde”, e – le prossime settimane ci diranno se andrà così –  cavalcando le proteste organizzate dai professionisti dell’attivismo politico.

Trump prepara la riscossa: niente terzo partito, capo dell’opposizione a Biden e conquista del Gop

Non ho mai riportato qui il mio articolo del 2 marzo 2021 pubblicato su Atlantico Quotidiano. Rimedio, anche perchè mi sembra ancora piuttosto attuale...


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Dopo poco più di un mese lontano dai riflettori e dai social media, da cui è stato bandito, e dopo essere stato assolto nel secondo giudizio di impeachment, Donald Trump torna al centro della scena politica, statunitense e non solo.

Il palcoscenico è stato quello “amico” della Conservative Political Action Conference (CPAC), l’annuale conferenza del movimento conservatore americano, che, semplificando, può essere definita come il raduno dell’ala destra del Partito Repubblicano.

Trump ha prevalso nello straw poll, il “sondaggio di paglia” che viene tradizionalmente svolto tra i partecipanti al termine della conferenza, e che, a conti fatti, gli ha assegnato il titolo “virtuale” di candidato di punta del partito per le presidenziali del 2024. È vero, il significato di questo sondaggio è relativo, proprio perché viene condotto solo tra gli appartenenti ad una “corrente” del partito. Tanto per dirne una, nel 2016 lo vinse Ted Cruz, che fu di lì a poco demolito proprio da Trump durante le primarie.

Bisogna però considerare che nel 2016 Trump era ancora un corpo estraneo al partito, e la sua vittoria alle primarie fu un’autentica sorpresa, seconda solo alla sua vittoria alle presidenziali vere e proprie. Ma lo straw poll del CPAC ci dice almeno tre cose su Trump, tutte importanti: non è diventato un “impresentabile”, come volevano ridurlo i Democratici con il secondo impeachment; non è più un corpo estraneo al Partito Repubblicano, come speravano che continuasse ad essere i repubblicani più “moderati” (quelli che i partecipanti al CPAC definiscono Rinos, ovvero “Republicans In Name Only”, Repubblicani solo nel nome); ed il Gop, dal punto di vista elettorale, non può prescindere da lui.

Dopo lo straw poll, Trump ha pronunciato il suo primo discorso pubblico dall’uscita dalla Casa Bianca. Lo stile è stato quello di sempre, ma si è trattato, nel complesso, di un intervento più strutturato del solito dal punto di vista politico. Per fare una sintesi dei passaggi più importanti, ha attaccato su tutta la linea il primo mese dell’amministrazione Biden, che ovviamente ha definito disastroso, dalla Cina allo sport femminile minacciato dagli atleti trans; ha rispolverato le accuse sui brogli elettorali, denunciando l’”ignavia” della Corte Suprema, che si è rifiutata di affrontare la questione per motivi procedurali; si è “intestato” la battaglia per una riforma delle regole elettorali che limiti allo stretto indispensabile il voto anticipato o per posta, e che imponga in tutti gli Stati ad ogni elettore di presentare una forma di identificazione ufficiale – tema osteggiato dal Partito Democratico, che lo ritiene discriminatorio nei confronti delle minoranze, ma battaglia ormai storica del Partito Repubblicano che, quindi, può essere per Trump un’arma di leadership unificante; ha denunciato la censura subita dai social media, sollecitando norme statali a tutela della libertà di espressione, in mancanza di interventi del potere federale; ha fatto la lista dei “traditori” presenti tra i Repubblicani eletti al Congresso, promettendo che li farà sfidare, alle primarie, da propri fedelissimi, senza timore di scatenare lotte interne al partito.

Soprattutto, ha ribadito l’idea – vincente nel 2016 – di rendere il Gop il punto di riferimento dei “colletti blu” e di tutte le classi lavoratrici e imprenditoriali “tradite” dalla politica economica dei Democratici e dalla globalizzazione. Smentendo alcune voci circolate nelle ultime settimane, ha chiarito di non voler fondare un nuovo partito. La sua strategia è un’altra: rendere il proprio movimento egemone nel Partito Repubblicano, per poi puntare di nuovo, nel 2024, alla Casa Bianca, personalmente o tramite un proprio “surrogato”. Questa strategia dovrà affrontare un test decisivo già l’anno prossimo, alle elezioni di medio termine. E – occorre dirlo – i precedenti non sono a favore di un secondo mandato presidenziale di Trump. Nella storia, infatti, solo un presidente ha vinto due mandati non consecutivi, Grover Cleveland, ma stiamo parlando di cosa accaduta più di 150 anni fa, e mai più avvenuta.

Ma al di là delle ambizioni personali di Trump, contano soprattutto le ricadute politiche ed istituzionali delle sue mosse. Con il plateale ritorno in campo dell’ex inquilino della Casa Bianca, anche gli Stati Uniti hanno ora la figura del leader dell’opposizione. Per lungo tempo non prevista né dal punto di vista della prassi politica, né tantomeno da quello istituzionale, è stata inventata e impersonata in maniera obliqua e criptica da Obama durante il mandato di Trump, ed ora assume, proprio con Trump, forma più esplicita. Si profila così un problema di equilibrio del sistema politico americano, a maggior ragione con un presidente debole (Biden) ed un “leader dell’opposizione” ingombrante (Trump).

La riapparizione di Trump ha poi effetti anche sul piano internazionale: i fanatici del globalismo non possono pensare di tornare serenamente al business as usual. Trump non è stato ridotto, come speravano, ad una parentesi archiviata nell’ignominia. È vivo e vegeto, e può continuare ad essere un punto di riferimento anche al di fuori degli Stati Uniti per tutti quei movimenti che sono stati indicati, con etichetta demonizzante, come “sovranisti”. Soprattutto, le ragioni della sua sopravvivenza politica sono le stesse che lo hanno fatto vincere, a sorpresa, nel 2016. Gli squilibri della globalizzazione sono ancora lì, intatti. E non possono essere semplicemente ignorati.

domenica 24 gennaio 2021

Piccolo atlante settimanale #2

(Come sempre cliccate sui link azzurri per approfondire)

MONDO - Big Tech

Bandire Trump da tutte le piattaforme non è l'unica cosa su cui i colossi di Internet sono d'accordo. Ad esempio, Facebook e Google hanno deciso di non farsi la guerra sulla pubblicità online, come spiega questo articolo del New York Times.

Ma quanto sono davvero potenti i colossi di Internet? Su questo tema vi consiglio questo video di Dario Fabbri della rivista Limes. In alcuni passaggi la fa un po' "facile", ma spiega bene perché la tesi secondo cui "Facebook, Twitter e Google sono società private per cui possono bannare chi vogliono" è molto, ma molto riduttiva.


ITALIA - andrà davvero tutto bene?

Se non ci diamo una regolata, sembra proprio di no.

Nel 2021 il debito pubblico italiano toccherà la soglia record del 158,5% (fonte: Reuters).

Tra 10 anni, in Italia mancheranno 22mila medici di medicina generale, oltre 47 mila medici del Servizio Sanitario Nazionale e già mancano più di 53mila infermieri (fonte: Sole 24 Ore). In epoca di pandemia, una notizia che mette i brividi.

E negli ultimi anni, il tasso di povertà assoluta in Italia cresce per tutti tranne che per la generazione più anziana.


Sul sito dell'Istituto Superiore di Sanità le linee guida di anestesisti e medici legali sui criteri di accesso in terapia intensiva quando posti letto e operatori sono "scarsi". Nel Documento si legge che l’età "deve essere considerata nel contesto della valutazione globale della persona malata e non sulla base di cut-off predefiniti". Solo a parità di altre condizioni, il dato anagrafico può avere un ruolo nella valutazione globale della persona malata, in quanto con l’aumentare dell’età si riducono le probabilità di risposta alle cure intensive (fonte: Sole 24Ore).

Dall'inizio della pandemia, le infezioni da Covid di origine professionale denunciate all’Inail al 31/12 sono il 23,7% delle denunce di infortunio giunte all’Istituto nel 2020 (fonte: Sole 24Ore).

Questo mentre l’Italia, tra le principali economie, è quella che, nel 2020, ha avuto più morti attribuite al Covid (in rapporto alla popolazione) e il più elevato calo del PIL rispetto all’anno precedente.


E il mondo del lavoro come va?

C'è chi dice che ormai occorre ammettere che il lavoro a distanza nel pubblico impiego non funziona.

Ed evidentemente non funziona tanto bene neanche nel settore privato, se chi investe nell'immobiliare a livello globale pensa che tra un po' si tornerà, almeno in parte, alla normalità pre pandemia. Ad esempio, l'amministratore delegato di Generali Real Estate Aldo Mazzocco spiega chiaramente: "lo smart working resterà in parte un fenomeno strutturale, richiedendo spazi abitativi più flessibili. Gli uffici si adatteranno alla diffusione del lavoro da remoto, pur restando centrali nella strategia delle grandi aziende".

Diritto e politica

Il Tribunale di Verona sanziona chi cambia casacca in politica. Con una sentenza che fa un po' di clamore, il tribunale scaligero ha affermato che gli eletti possono cambiare liberamente idee o movimento politico, ma, se hanno liberamente e volontariamente promesso di versare al movimento una quota dei compensi derivanti dallo svolgimento di incarichi politici, devono rispettare l'impegno.

Secondo il Tribunale di Roma, intanto, i DPCM che regolano ormai da mesi la vita degli Italiani sono incostituzionali.

E da una controversia tecnica emerge una notizia che colpisce: la Repubblica Italiana si è costituita ad opponendum, dunque a favore della Repubblica Federale Tedesca, nei giudizi civili risarcitori dei parenti delle vittime delle stragi naziste. E il Governo non vuole spiegare perchè. 

Notizie dal mondo della scuola

Il liceo scientifico “Severi” di Milano è stato occupato, "con precauzioni anti Covid", dagli studenti che vogliono tornare alla didattica in presenza: gli studenti si sono comprati da soli il tampone, che poi è stato eseguito da una mamma medico, in cortile, appena finita la didattica a distanza.

Una maestra "no mask" di Treviso, invece, è riuscita nell'ardua impresa di farsi "licenziare" nella scuola pubblica.

La quasi "crisi di governo".

E' in questo contesto che si inserisce la "quasi crisi di governo" scatenata da Matteo Renzi. Se non ne avete ancora capito il motivo, leggete lo "spiegone" di Musso su Atlantico Quotidiano.

E' quasi impossibile, però, che si vada ad elezioni anticipate.
Bastano due numeri per capirlo.


Complice l'entrata in vigore della riforma che dimezza il numero dei parlamentari, se si votasse oggi il Movimento Cinque Stelle passerebbe da 225 seggi a 40 (e il PD da 107 a 74). Un tracollo. E' evidente che faranno di tutto per non andare ad elezioni anticipate.

USA 

Ok, partiamo dal discorso di commiato di Trump. Praticamente un riassuntone della sua presidenza, ovviamente dal suo punto di vista.


Ma si può dire che Trump abbia "anche fatto cose buone"? 

Ma... ma... ma... e con l'assalto al Congresso del 6 gennaio, come la mettiamo?

Il Washington Post (sì, il Washington Post) nasconde nelle pagine locali (della serie, "poi non dite che noi non l'avevamo scritto...") la notizia che, secondo documenti processuali, l'assalto al Congresso del 6 gennaio era stato pianificato con giorni di anticipo. Il che contraddice la narrativa secondo cui sarebbe stato "provocato" dal discorso di Trump.

Certamente, è stata la settimana dell'insediamento di Biden.

Come è stato il suo discorso inaugurale?
In una parola: soporifero, almeno nell'interpretazione.
Lo spiega bene questa immagine di Bill Clinton che, mentre Biden sta facendo il discorso più importante della sua vita (almeno sino ad oggi), schiaccia un pisolino.


Soprattutto, il discorso di Biden è stato divisivo nei contenuti, come spiega bene Federico Punzi: “nel suo discorso Biden ha citato Lincoln, ma pochi giorni prima a Boston i suoi compagni di partito avevano fatto rimuovere la statua del presidente che abolì la schiavitù”.

Una riflessione a margine: se, come spiega bene Punzi, due mandati di Obama hanno aperto lo spazio politico per Trump, e se, come sembra, quello di Biden sarà un “terzo mandato Obama”... si può già prevedere cosa accadrà nel 2024?

Non è detto, perchè l'amministrazione Biden non assomiglia solo ad un terzo mandato Obama. Ma a qualcosa a metà strada tra un terzo mandato Obama e una filiale di Blackrock.

Il sistema americano, comunque, ha grossi problemi da risolvere. Uno tra tutti, la fiducia nei media, che è ai minimi storici: la maggioranza è convinta che i giornalisti cerchino volontariamente di fuorviare il pubblico.

Come dargli torto, se quotidiani "autorevoli" come il Washington Post vengono beccati a "ripulire" l'archivio da notizie imbarazzanti per i nuovi potenti (in questo caso, la neo vicepresidente Kamala Harris)...

La CINA e la competizione globale ai tempi del virus

Il regime cinese vuole mostrarsi come modello vincente mentre le democrazie occidentali sono tutte "malate". E tace sul resto, ad esempio sulle violazioni dei diritti umani. Lo spiega bene questa interessante intervista di Giulio Terzi, ex ambasciatore ed ex ministro degli Esteri del governo Monti.

Se, invece, vi eravate chiesti che fine avesse fatto Jack Ma, il fondatore di Alibaba "sparito nel nulla" dopo aver criticato pubblicamente la politica monetaria del regime di Pechino, beh, il governo cinese ci tiene a farci sapere che è ancora vivo ed è ricomparso in una videoconferenza.


RUSSIA - l'"Operazione ritorno" di Navalny

Le immagini dell'arresto dell'oppositore Alexey Navalny, appena rientrato in Russia, e delle manifestazioni a suo sostegno hanno fatto il giro del mondo. Ma Navalny quanto consenso ha davvero presso l'elettorato russo? Secondo l'analisi di Igor Pellicciari su Formiche, il quadro politico russo è più complesso di quanto ci appare.

Se non ve ne eravate resi conto, gli antichi Romani hanno costruito davvero un sacco di strade:


E per finire, una lista a cui vale la pena di dare un'occhiata:

domenica 17 gennaio 2021

Piccolo atlante settimanale #1

11 gennaio - Stati Uniti - La Corte Suprema si chiama fuori

La Corte Suprema decide di non pronunciarsi prima dell'insediamento di Biden sui ricorsi di Trump & Co. contro i risultati elettorali. Se mai si pronuncerà.

Così facendo, la Corte Suprema ha ribadito, una volta per tutte, il proprio ruolo di "guardiano del sistema". Proprio quel sistema che Trump voleva abbattere politicamente.

Della serie: caro Donald, i Presidenti cambiano, ma il sistema deve restare. Se potrai candidarti, ritenta nel 2024, sarai più fortunato.


12 gennaio - Stati Uniti (ma non solo) e social media - Un po' di strategia

A proposito della censura di massa imposta dai giganti dei social media (Big Tech) a Donald Trump e al suo mondo, da tenere a mente questo tweet di Edward Luttwak, uno che di strategia se ne intende:




12 e 13 gennaio - Stati Uniti - Un po' di scienza

Due notizie ci dicono che il futuro è già tra noi, e solleva interrogativi etici non da poco.

La prima: gli scienziati sono riusciti a creare gli "assembloidi", ovvero mini repliche in vitro, "funzionanti", del sistema nervoso umano. E, forse, hanno trovato il modo di trasferire dati dai computer a cellule viventi. Leggere per credere.

Quale sarà il prossimo passo?


13 gennaio - Italia - Se siete perplessi sulla crisi di governo...

... ricordatevi che siamo ancora tutti in attesa che Matteo Renzi mantenga l'impegno - solennemente pronunciato in Parlamento - di lasciare la politica.

Se non ve lo ricordate (ma sono sicuro che non lo avete dimenticato), ecco qui:



15 gennaio - Italia - Cose che non succedono spesso

La Corte costituzionale italiana ha sollevato questione di costituzionalità davanti a se stessa del primo comma dell’articolo 262 del Codice civile, che, in caso di riconoscimento contemporaneo da parte di entrambi i genitori del figlio nato fuori del matrimonio, stabilisce come regola l’assegnazione del solo cognome paterno.

Vedremo cosa deciderà.

Si profila una decisione che farà rumore, sia per l'argomento, sia per le modalità "a gamba tesa" con cui la Consulta ha deciso di affrontarlo.


15 gennaio - Stati Uniti e mondo - Cosa mai potrà andare storto?

Biden ha nominato Samantha Power amministratrice di USAID - United States Agency for International Development, elevando il ruolo a membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca.

L'USAID è l'agenzia che ufficialmente si occupa, all'estero, di assistenza allo sviluppo e umanitaria. Ma che, meno ufficialmente, è stata anche l'"ombrello" per rischiosi e mal riusciti tentativi di regime change, ad esempio a Cuba, durante il primo mandato Obama, quando Segretario di Stato era Hillary Clinton.

Già ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite durante il secondo mandato Obama, Samantha Power in precedenza, insieme, ovviamente, a Hillary Clinton e Susan Rice, era stata tra i principali sostenitori dell'intervento in Libia nel 2011.

Gli effetti disastrosi di tale intervento, e della sanguinosa guerra civile che ne è seguita, sono ancora sotto gli occhi di tutti.

Per Biden, evidentemente, si tratta un titolo di merito, e Samantha Power è la persona giusta per guidare l'USAID. Per cui, ripetiamo la domanda: cosa mai potrà andare storto?


17 gennaio - Stati Uniti e Russia - la prudenza di Mosca

Ma in Russia come hanno commentato l'inaudito assalto al Campidoglio di Washington del 6 gennaio? Sono rattristati per le difficoltà del presunto "amico" Trump, o hanno festeggiato con libagioni di vodka le divisioni in cui si dibatte lo storico rivale geopolitico a stelle e strisce?

In realtà, Mosca non ha dato molto spazio alla notizia. Il perché lo spiega bene Igor Pellicciari su Formiche: oltre alla cautela sul piano internazionale per l'ingresso della nuova amministrazione Biden, pesano i problemi interni, ed in particolare il timore che si possano riaprire stagioni rivoluzionarie che potrebbero mettere a rischio l'intera struttura istituzionale del Paese.

Un passaggio dell'analisi di Pellicciari, in particolare, andrebbe insegnato nelle scuole italiane di ogni ordine e grado, perché qui da noi è tutt'altro che "main stream", e spiega bene il punto di vista di Mosca: "A differenza della Cina, la Russia ha formali ambizioni costituzionali liberal-democratiche e, anche se lo ammette a denti stretti, considera l’esperienza occidentale come un modello teorico da seguire, anche quando lo rende oggetto di forti critiche politiche".

giovedì 14 gennaio 2021

Diario del 14 gennaio 2021

Sul manicomio Stati Uniti

Se intendete leggere una cosa sola, allora leggete questo articolo di Fabrizio Borasi su Atlantico Quotidiano: offre un punto di vista originale e interessante su quanto è accaduto e sta accadendo negli Stati Uniti.

lunedì 11 gennaio 2021

Secondo tentativo di impeachment per Trump?

Per la seconda volta i Democratici vogliono sottoporre Trump ad impeachment. Un record assoluto per il Presidente uscente.

Queste le accuse mosse con la risoluzione presentata oggi:

1. Aver lanciato "false accuse" sulla regolarità delle elezioni. 
Poco importa che molti ricorsi giudiziari di Trump e dei suoi alleati siano ancora pendenti e che pertanto la parola fine al riguardo non sia stata ancora detta - anche perché la Corte Suprema, che evidentemente non ha fretta, ha fatto sapere che non si pronuncerà prima dell’insediamento di Biden. 
E poco importa anche che se si applicasse lo stesso metro di giudizio, allora anche Nancy Pelosi meriterebbe di essere espulsa (un membro del Congresso può essere, a certe condizioni e secondo una certa procedura, espulso, non sottoposto ad impeachment) per aver ripetutamente contestato la regolarità dell'elezione di Trump nel 2016. 




2. Seconda accusa mossa a Trump: aver fatto affermazioni che - "IN CONTEXT", cioè "nel contesto" - avrebbero incoraggiato l'irruzione nel Campidoglio del 6 gennaio. 
Quindi, se le parole hanno un senso, Trump viene accusato non per quello che ha detto in sè, ma perché il contesto ha dato un significato diverso alle sue parole. Insomma, non conta che Trump non abbia mai incitato i suoi sostenitori alla violenza. Siamo a metà strada tra la responsabilità oggettiva e il processo alle intenzioni. 

3. La terza accusa riguarda la famigerata telefonata al Segretario di Stato della Georgia, durante il quale Trump avrebbe chiesto di “trovare” i voti che gli sono mancati per vincere in quello Stato. Qui, invece, si ricorre al classico stratagemma di estrapolare una frase del proprio contesto, perché il significato della telefonata è ben altro, in quanto Trump non ha certo chiesto di fabbricare voti fasulli, ma ha solo chiesto di contare correttamente i voti (secondo il suo punto di vista, chiaramente).

Insomma, per i Democratici il contesto può essere tutto ma anche niente, e la coerenza è facoltativa.

D’altronde, con la procedura di impeachment mirano al bersaglio grosso, ovvero impedire a Trump di ricandidarsi nel 2024.

È però improbabile che, anche stringendo al massimo i tempi, la procedura possa concludersi prima dell’inserimento Biden. E l’opinione maggioritaria è che solo il Presidente in carica possa essere sottoposto ad impeachment. Insomma, un bel garbuglio.

Quanto manca al 20 gennaio?

Gli Articles of Impeachment li potete leggere qui.

domenica 10 gennaio 2021

Perchè i media main stream gioiscono dell'espulsione di Trump dai social media?

Peggio di Twitter che espelle Trump in via preventiva e a tempo indeterminato, ci sono solo i giornalisti che ne gioiscono. I GIORNALISTI.

C'è chi (in una discussione su Twitter, ovviamente) mi ha fatto notare che, in realtà, questo non deve sorprendere. Editori e dipendenti dei media "main stream" sono accecati dal miraggio di poter riavvolgere il nastro di venti anni, e di poter ritornare ai bei tempi d'oro, in cui un leader politico, per comunicare con le masse, doveva passare da loro.

Ma tratta di un miraggio, appunto. Quel mondo è finito.

E' molto in voga, poi, l'idea secondo cui Twitter, Facebook, Instagram etc. sono aziende private e quindi "possono fare quello che vogliono", ovvero bandire chiunque, a propria discrezione.

Si tratta di una lettura troppo superficiale, che non tiene conto di tutti gli aspetti della questione.

Nell'epoca dei social media, il problema non è essere censurati o banditi da Twitter, fintantoché hai la possibilità di spostarti su un’altra piattaforma. Ciò che è grave è che, in maniera coordinata, Apple e Google bandiscano dai loro store le piattaforme dove ti sposti, come hanno fatto con Parler, dove i trumpiani si sono trasferiti in massa.

Per usare un’analogia di chi opera nel settore e mi pare azzeccata, Twitter è come il ristorante, mentre Apple store e Google store sono la strada che ti porta al ristorante. Se ti cacciano dal ristorante e viene bloccata la strada, non puoi andare ad altri ristoranti, e allora lì sì che si crea un problema di libertà. E non da poco.

Il punto, quindi, non è tanto e non solo Twitter che espelle Trump (in via "preventiva" e a tempo indeterminato, ricordiamolo), e i suoi followers più scatenati, ma che questo bando dalle principali piattaforme (Twitter, Facebook, Instagram, etc) sia coordinato con l’espulsione da Apple store e Google store delle piattaforme “alternative”. Un bel problema di antitrust, insomma.

La causa Donald J. Trump contro Twitter, Facebook & Co. sarà uno dei processi del secolo.

sabato 26 dicembre 2020

D'Annunzio e Fiume: un laboratorio di idee e utopie (con video integrale).

Martedì 22 dicembre, in qualità di Presidente di Limes Club Verona, ho moderato una tavola rotonda di presentazione di tre volumi freschi di stampa, dedicati all'Impresa di Fiume guidata da Gabriele d'Annunzio:

Giuseppe de Vergottini - La costituzione secondo d’Annunzio - Luni, 2020;

Davide Rossi (a cura di) - La città di vita cento anni dopo. Fiume, d’Annunzio e il lungo Novecento Adriatico - Cedam, 2020;

Emanuele Merlino (a cura di) - La sola ragione di vivere. D’Annunzio, la Carta del Carnaro e l’esercito liberatore - Passaggio al Bosco, 2020.

Ne hanno discusso il prof. Giordano Bruno Guerri, Presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani, e il prof. Giuseppe Parlato, Presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo de Felice. 

Purtroppo il prof. Stefano Bruno Galli, Assessore all’Autonomia e alla Cultura della Regione Lombardia, non è riuscito a collegarsi per problemi tecnici.

Il tutto è stato impreziosito dagli interventi del Direttore del Teatro Stabile di Verona, Paolo Valerio, che ha letto alcuni passi dannunziani.

Questa la bella locandina dell'evento, che è stato trasmesso in diretta sulla pagina Facebook e sul canale Youtube di Limes Club Verona:


E qui si può seguire il video integrale:


La Voce del Popolo, quotidiano italiano dell'Istria e del Quarnero, ha dedicato alla conferenza un ampio articolo che si può leggere qui.

domenica 4 ottobre 2020

Lo sconcertante atteggiamento dei media sulla malattia di Trump

Ho appena visto la breve conferenza stampa del medico curante di Trump.

Sicuramente sentirete i media accusare la Casa Bianca di poca trasparenza circa le condizioni di salute del Presidente.

Ma a mio parere, è il modo in cui i media stanno seguendo la malattia di Trump ad essere sconcertante.

Le uniche notizie che dovrebbero interessare, sulle condizioni di salute di Trump, sono: se sta migliorando / peggiorando, se guarirà / non guarirà / se verrà dimesso / quando; se, nel frattempo è in grado di governare o meno. Il resto è circo, contorno. Materia per appassionati di riviste di medicina.

Invece, i giornalisti hanno fatto ripetute domande sui livelli di saturazione di ossigeno, sulla somministrazione di ossigeno supplementare, sugli esami ai polmoni, sul perchè Trump, nelle foto diffuse durante il ricovero, non indossa la mascherina.

Nessuno ha fatto la domanda fondamentale: ovvero se, da quando è stato ricoverato, è sempre stato in grado di GOVERNARE.

Lascia sbigottiti che i giornalisti si accapiglino su dettagli delle terapie che, in confronto, sono assolutamente secondari.

Trump ha preso il Covid... mi chiedono: mazzata finale per le elezioni?

Condivido qui il mio pensiero.
Secondo me è tutto tranne che automatico. Bisogna vedere se si ammala, quanto sta in isolamento, se e come riesce a fare campagna elettorale durante la quarantena, se e come riesce a svolgere le funzioni di Presidente, etc etc.
In altre parole: dipende tutto da come REAGISCE.
E' sintomatico. Magari sta in quarantena come tutti qualche giorno, guarisce presto (spero io) e di nuovo on the road... anzi, la cosa può aiutarlo con la sua politica che è sempre stata quella di convivere con il virus facendo business as usual.
L'infezione di per sè può danneggiarlo solo agli occhi di chi lo vuole dipingere come un "negazionista", ma lui non lo è mai stato, visto che, ad esempio, ha chiuso i voli dalla Cina praticamente subito, e per quello addirittura lo accusarono di essere xenofobo...
Un "negazionista" non avrebbe spedito le navi ospedale pronte ad accogliere i malati nelle zone più a rischio (v. New York).
La prima reazione è stata ottima: ineccepibile e quasi lodevole la trasparenza con cui la Casa Bianca ha comunicato la positività e la quarantena. Un atteggiamento tutt'altro che "negazionista", tra l'altro.
Per cui la malattia, di per sè, è sicuramente una "October surprise", ma lo è per lui come lo è per Biden, perchè Biden deve stare attento.
Questa dirompente novità può anche suscitare un moto di solidarietà umana a favore di Trump, ed esporre il cinismo di coloro che, per motivi politici, gli augurano di ammalarsi se non di morire (argomento che secondo me potrebbe incidere non poco sull'elettorato indipendente).
Questa notizia dimostra ancora una volta che la vita è molto simile ad una partita di golf: giochi la palla come la trovi, tutto dipende da come reagisci alle difficoltà.

Trump secondo me finora ha fatto un long drive, ma è finito nel rough: la bandiera è vicina, potrebbe imbucare come mandare tutto a rotoli. 

Riassuntone del primo dibattito Trump - Biden

Dopo un minuto che Biden stava parlando si è capito perché Trump lo ha soprannominato #sleepyJoe. Really, REALLY low energy.

Dopo un altro minuto si è capito che la partita era 1 contro 2: Trump contro Biden E il moderatore. (Spoiler: Biden non è arrivato primo). Obiettivo di Biden, con i suoi sorrisetti di sottofondo (finchè ha avuto la forza di farli), era quello di far perdere le staffe al notoriamente incazzoso Trump. Che però si è abbastanza contenuto.
Piccolo punto a favore di Trump quando Biden ha negato l’esistenza del “manifesto” congiunto con Sanders (forse perché se ne è dimenticato). Team Biden dovrà fare damage control alla propria sinistra.
Biden si è semplicemente RIFIUTATO di rispondere alla domanda del moderatore sulla procedura di nomina della Corte Suprema (fine dell’ostruzionismo? modifica della composizione?) e il moderatore non ha fatto una piega.
Biden è stato debole/sleepy anche quando ha attaccato Trump sulla gestione della pandemia. Poteva per lui essere una requisitoria, ma proprio gli è mancata l’energia. Trump si è difeso abbastanza bene ma poi ha esagerato nel suo classico stile auto celebrativo.
Una cosa è risultata chiara: Biden tifa contro l’arrivo del vaccino, anche se potrebbe salvare vite, perché non lo aiuterebbe a vincere le elezioni.
Trump molto efficace quando ha sottolineato non solo i costi economici ma anche i rischi sociali (depressione, alcolismo, crisi familiari) del lockdown.
Il grande scoop del New York Times sulle tasse di Trump si è rivelato per quello che è veramente: Trump ha goduto dei benefici fiscali consentiti dall’amministrazione Obama. Tema imbarazzante per Biden, per cui il moderatore è stato veloce a cambiare subito argomento.
Dopo un’oretta Biden ha cominciato a cedere: Il moderatore gli ha fa una domanda sulla politica fiscale e lui ha risposto fischi per fiaschi.
Biden si è rifiutato di rispondere alla domanda sugli impicci di suo figlio con la Russia; anche in questo caso il moderatore glielo ha consentito.
Imbarazzante che il partito democratico abbia affidato la denuncia della “sistemica ingiustizia” che affliggerebbe il sistema americano a Biden, che ha 47 anni di vita pubblica alle spalle (la prima volta che è stato eletto non ero nemmeno nato). Non c’era proprio nessuno di più credibile?
Altra domanda a cui Biden semplicemente non ha risposto, eppure era facile facile: indicare un’associazione di poliziotti che lo appoggi. Silenzio. Imbarazzante.
Involontaria comicità di Biden quando ha risposto, a precisa domanda del moderatore, di non aver chiamato il sindaco di Portland o il governatore dell’Oregon, che sono del suo partito, perché intervenissero per sedare le violenze. “Non ho un incarico pubblico”. Infatti, è solo candidato alla presidenza degli Stati Uniti d'America. E poi pretende che sia Trump a dimostrare leadership nell'unità.
Quelli che hanno avuto la loro proprietà distrutta durante le proteste di questi mesi avranno sicuramente apprezzato quando Biden ha detto: "Antifa is an idea, not an organization”.
Sul clima Trump ha difeso, sorprendentemente, le proprie posizioni in maniera molto più efficace di un Biden ormai visibilmente esausto.
IN SINTESI: un dibattito brutto, litigioso, noioso perchè uno dei due candidati (Biden) è l'ombra soporifera del politico brillante di un tempo (il candidato giusto con quattro anni di ritardo), e l'altro (Trump) è stato ingabbiato dal format e sempre ostacolato dal moderatore.
A mio parere entrambi i team ne escono scontenti: Biden non è crollato, Trump non è deragliato. Repubblicani e Democratici ne escono confermati nelle proprie convinzioni. Gli indipendenti, credo saranno rimasti sconcertati da molti passaggi da catch nel fango, ma nell'incertezza potrebbe comunque prevalere Trump, perchè Biden è veramente, VERAMENTE imbarazzante come candidato Presidente.

Roe v. Wade: una “talpa” per intimidire la Corte Suprema, in puro stile Dem

Questa settimana la politica Usa è stata terremotata dalla fuga di notizie sulla sentenza che la Corte Suprema sarebbe in procinto di pronun...