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giovedì 7 dicembre 2017

Ancora su Trump e Gerusalemme: non si era mai visto un Presidente che mantiene le promesse elettorali

La vicenda di Gerusalemme è un esempio emblematico della principale differenza tra Trump e i suoi predecessori - gli ultimi tre, almeno.
Questi ultimi, come è tipico dei politici di professione, su molti argomenti si sono limitati  a fare, durante la campagna elettorale, promesse che poi non hanno mantenuto.
Trump, invece, ha la tendenza a mantenere gli impegni presi. 
Attenzione:  Clinton, Bush jr, Obama hanno TUTTI promesso di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele (guardare, per credere, il video sotto).
Ma dopo aver fatto questa promessa, tutti e tre si sono furbescamente avvalsi  della clausoletta che consentiva loro di posticipare la decisione presa dal Congresso nel 1995, lasciando così  la “patata bollente” al successivo inquilino della Casa Bianca.
Pochi episodi come questo dimostrano la suprema ipocrisia di quei sostenitori di Clinton, Bush jr e Obama che ora accusano Trump di aver commesso, su Gerusalemme, "un errore".
È semplicemente illogico sostenere che ciò che i loro beniamini promisero di fare quando si trattava di assicurarsi la poltrona sia divenuto, nel frattempo, una scelta sbagliata.
Perché ciò implicherebbe una massiccia dose di autocritica, sull’argomento, da parte di Clinton, Bush jr e Obama, che però nessuno, in queste ore, ha sentito, nè da loro, nè dai loro sostenitori.
La realtà, come spesso acccade, è molto più semplice: Trump ha avuto gli attributi di fare ciò che i suoi predecessori (ripetiamo: Clinton, Bush jr, Obama) avevano avuto solo il “coraggio” di promettere.
E molte delle persone che, in Occidente, attualmente lo criticano sono, semplicemente, in mala fede.





martedì 5 dicembre 2017

Su Gerusalemme Trump vuole realizzare ciò che il Congresso ha deciso ventidue anni fa

“Trump dichiara Gerusalemme capitale d’Israele”.

“Trump decide di spostare l’ambasciata Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme”.

“Trump mette a rischio il processo di pace in Medio Oriente”.

Ma è davvero così?

Andiamo con ordine.

È stato il Congresso degli Stati Uniti, ovvero l’organo legislativo, e non Trump, a dire per primo che Gerusalemme  “dovrebbe” essere riconosciuta capitale d’Israele, e che  l’ambasciata “dovrebbe” essere spostata da Tel Aviv a Gerusalemme. La legge è nota come Jerusalem Embassy Act e fu approvata nel 1995 a  larghissima maggioranza in entrambi i rami del Congresso, quindi con supporto bipartisan. 

All’epoca Presidente era Bill Clinton, il quale dimostrò tutto il suo coraggio politico-istituzionale su un argomento così delicato: non mise il veto, ma nemmeno firmò la legge, che entrò in vigore comunque, ma in virtù della norma della Costituzione che dà al Presidente massimo dieci giorni di tempo (“domeniche escluse”) per rispedire al mittente una legge approvata dal Congresso.

Tanto per chiarirci, nel 1995 Donald Trump pensava a tutt’altro, faceva l’imprenditore, era sposato con Marla Maples e faceva la pubblicità di Pizza Hut.




Ma allora come mai si continua a parlare di questo argomento - come se fosse una clamorosa novità -  a distanza di ventidue anni? Perché la legge contiene una clausola che consente al Presidente di posticipare di sei mesi in sei mesi lo spostamento dell’ambasciata, se ritiene che la sicurezza nazionale sia a rischio.

I vari Presidenti che si sono succeduti - lo stesso Clinton, e poi Bush Jr. e Obama - si sono sempre avvalsi della clausola. Del resto, va considerato che negli Stati Uniti, titolare delle principali prerogative in materia di politica estera non è il Congresso ma il Presidente. La legge però non è mai stata abrogata, e ogni sei mesi il problema si ripresenta. 

E qui arriviamo a Trump. Anch’egli, a giugno, si è avvalso della clausola di rinvio. Ed è stato sbertucciato per essersi rimangiato una promessa elettorale. Ma che abbia intenzione di attuare lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme lo sanno, da mesi, anche i sassi, perché è un impegno che ha preso fin dalle elezioni primarie del Partito Repubblicano.

Il punto è che Trump ha dimostrato la tendenza a mantenere molte delle sue promesse, soprattutto le più controverse - cosa che lo differenzia dai politici “di professione”. Per cui se i leader arabi non l’hanno capito e pensavano che The Donald avrebbe lasciato perdere hanno commesso un errore di valutazione. Ricordiamoci che solo un paio di mesi fa Trump ha deciso di ritirare gli Usa dall’Unesco, a causa della linea anti-israeliana di quella branca del sistema Onu (ed alla faccia di coloro che lo accusano di anti-semitismo).

Resta da analizzare la terza affermazione. La  decisione di Trump metterà davvero fine al processo di pace in Medio Oriente? Considerato l’argomento ci vorrebbe un indovino, e io non lo sono. Al momento, in realtà, non si sa nemmeno quale sia, esattamente, la sua decisione. Mi viene, però, da proporre, a mia volta,  una domanda: ma siamo proprio sicuri che in Medio Oriente sia ancora in corso un processo di pace che possa essere messo a rischio dalla decisione di Trump (qualunque essa sia)? 





domenica 14 maggio 2017

Roger Stone, il "principe delle tenebre" che ha aiutato Trump a conquistare la Casa Bianca

Se avete Netflix, se vi piace la politica americana, se non leggete solo Repubblica e se vi interessa capire come Trump è diventato presidente, guardate "Get me Roger Stone".

È il documentario dedicato a uno dei più spregiudicati consulenti politici vicini al Partito repubblicano, che ha avuto un ruolo chiave nella campagna di Donald Trump. 

Appena diciannovenne, Roger Stone finì nel tritacarne dello scandalo Watergate, che costò la presidenza a Nixon. Dopo le dimissioni del 37mo Presidente degli Stati Uniti, ne rimase un fan e ne divenne amico. Fece carriera nel Partito repubblicano, ebbe un ruolo importante nella campagna vittoriosa di Reagan, e poi divenne un potentissimo lobbista, facendo un bel po' di soldi. Nel 1996 fu travolto da uno scandalo a luci rosse ed emarginato. Rientrò "in pista" quando fu incaricato di condurre "sul campo" per George W. Bush la battaglia contro il riconteggio in Florida durante le presidenziali del 2000. Per intenderci, fu lui ad organizzare i manifestanti pro Bush che fronteggiavano i sostenitori di Al Gore all'esterno (ma anche all'interno) del palazzo dove si svolgeva (o meglio, dove avrebbe dovuto svolgersi) il riconteggio manuale delle schede.

Nacque così il "personaggio Roger Stone" di oggi. Non più un "insider", ma un controverso attivista anti-establishment, un dandy culturista e libertario, autore di libri in cui si sostengono le più scatenate teorie cospirazioniste sull'omicidio Kennedy, sul Watergate, su Bill Clinton. Il Roger Stone consulente politico, invece, opera "dietro le quinte".

Ammiratori e detrattori lo considerano un maestro dei "trucchi sporchi" e della c.d. "oppo research" (la raccolta di materiale compromettente su un avversario politico, magari da far trapelare abilmente alla stampa). Uno dei suoi soprannomi preferiti è "principe delle tenebre", anche se sostiene di non aver mai fatto nulla di illegale.

Ebbene, Roger Stone è da lungo tempo consigliere politico di Donald Trump. Anzi, in sostanza afferma di essere stato il primo (a parte Donald Trump stesso, ovviamente) ad aver "visto", molti anni fa, che Trump avrebbe potuto conquistare la Casa Bianca. 

Attenzione però: il documentario è tutt'altro che apologetico ed anzi è a tratti ostile, ma il tutto è da prendere cum grano salis perché Stone è abilissimo nell'autopromozione, e non si cura molto del fatto che si parli male di lui, anche al di là dei suoi "meriti" o "demeriti". Non a caso, uno dei suoi motti - una delle c.d. "Stone rules" - è: "It is better to be infamous than to never be famous at all".



Letture - L'errore di calcolo di Bin Laden

L'articolo " Bin Laden’s Catastrophic Success " di Nelly Lahoud, pubblicato su Foreign Affairs nel settembre/ottobre 2021 , c...