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mercoledì 31 luglio 2024

Arma giudiziaria contro Trump, ma possibile effetto boomerang politico

(Pubblicato il 10 agosto 2022 su Atlantico Quotidiano)

Nel gergo politico americano, la “sorpresa di ottobre” (October suprise) è un evento di forte impatto mediatico che, collocandosi in prossimità delle elezioni presidenziali o per il Congresso (che si tengono sempre all’inizio di novembre, così come molte elezioni statali o locali), è in grado di influenzarne l’esito. La primogenitura del termine è attribuita a William Casey, direttore della vittoriosa campagna presidenziale di Ronald Reagan nel 1980.

Anche le elezioni che portarono inaspettatamente Donald Trump alla Casa Bianca rispettarono la tradizione ed ebbero la loro “sorpresa di ottobre”.

Anzi, a dire il vero, più di una. Si iniziò con il clamoroso audio del “discorso da spogliatoio” in cui Trump indulgeva in linguaggio sessista. Si proseguì con la pubblicazione da parte di Wikileaks delle e-mail del direttore della campagna di Hillary Clinton, John Podesta. Poi le agenzie di intelligence Usa accusarono la Russia di utilizzare hacker informatici per influenzare l’esito delle elezioni.

Ricordate l’Emailgate di Hillary?

Ma soprattutto, il 28 ottobre 2016, a meno di due settimane dal voto, il direttore dell’FBI James Comey scrisse al Congresso comunicando che avrebbe compiuto gli appropriati passi investigativi per verificare ulteriore materiale probatorio che riguardava l’utilizzo, da parte di Hillary Clinton, di un server di posta privato mentre era segretario di Stato.

Si trattava, di fatto, della clamorosa riapertura di un’inchiesta che l’FBI aveva completato nel precedente mese di luglio, concludendo che con la sua condotta la Clinton aveva sì violato le regole in materia di gestione dei documenti ufficiali, ma non aveva rilevanza penale.

Successivamente, il 6 novembre – due giorni prima delle elezioni – con una nuova lettera al Congresso il direttore dell’FBI ribadì che anche alla luce delle nuove prove non vi erano i presupposti per un’incriminazione della Clinton. Ma ormai la frittata era fatta: vinse Trump.

In una teleconferenza con i propri principali donatori, la Clinton, qualche giorno dopo le elezioni, disse che la propria sconfitta era da attribuire a più fattori, ma che tra quelli decisivi vi erano le lettere del direttore dell’FBI.

La prima lettera aveva azzerato il suo vantaggio, mentre la seconda lettera – che, ancora una volta, la scagionava – aveva avuto il paradossale effetto di galvanizzare i sostenitori di Trump, che nella vicenda avevano rinvenuto un’ulteriore riprova di una loro radicata convinzione, ovvero che la Clinton fosse protetta da un sistema corrotto e “truccato”.

Il silenzio investigativo pre-elettorale

Un aspetto poco considerato della vicenda è che, all’epoca, il direttore dell’FBI decise di non seguire un protocollo adottato da anni dal Dipartimento della Giustizia, secondo cui tutti i funzionari – inclusi quelli dell’FBI – non devono scegliere la tempistica di dichiarazioni, atti investigativi, richieste di rinvii a giudizio con lo scopo di influenzare un’elezione, e devono evitare passi che diano anche solo l’impressione di tale scopo.

Esiste una regola operativa – ma non codificata – che individua in 60 (secondo alcuni 90) giorni prima di un’elezione il termine di inizio di questa sorta di “silenzio investigativo pre-elettorale”, che deve essere osservato fatti salvi, ovviamente, i casi di urgenza o necessità.

Si tratta di una regola di equilibrio, che si basa sulla considerazione che in due-tre mesi non vi è tempo sufficiente per arrivare ad una sentenza, e pertanto non vi è modo, per l’elettorato, di sapere, prima delle elezioni, se le accuse mosse contro un candidato sono realmente fondate.

La perquisizione di Mar-a-Lago

È per questo che alcuni osservatori hanno notato che la perquisizione della residenza di Donald Trump da parte degli agenti dell’FBI è avvenuta esattamente 91 giorni prima delle elezioni di medio termine del prossimo mese di novembre. Si è trattato di un atto clamoroso e senza precedenti: non era mai successo, infatti, che l’ufficio o la residenza di un ex presidente fossero perquisiti.

Naturalmente, non conosciamo i dettagli, a causa del segreto investigativo. Secondo fonti giornalistiche, l’inchiesta riguarderebbe documenti riservati che Trump avrebbe portato con sé quando ha lasciato la Casa Bianca.

Già a febbraio si era appreso che informazioni riservate erano state rinvenute in 15 scatole di documenti in possesso di Trump. Gli Archivi Nazionali – dove devono essere depositati e conservati tutti i documenti delle amministrazioni passate – ne hanno richiesto ed ottenuto la consegna negoziando con Trump ed i suoi legali.

Non è frequente che funzionari governativi di alto livello vengano perseguiti per il modo in cui hanno gestito informazioni riservate. Ci sono state, è vero, delle importanti eccezioni, come nel caso del generale Petraeus, che condivise informazioni riservate con la propria amante che stava scrivendo un libro (e anche allora l’accusa – patteggiata – fu per un reato minore).

Ma il più delle volte il governo, di fatto, vuole solo ottenere la restituzione dei documenti. A meno che, ovviamente, l’indagine non riguardi pericoli per la sicurezza nazionale, derivanti dalla divulgazione di informazioni segrete (non sappiamo se è questo il caso).

In ogni caso, perché ricorrere ad un mandato di perquisizione? Ipotizziamo che l’indagine riguardi, effettivamente, i documenti presidenziali, e non altro. Evidentemente, le informazioni in possesso dell’FBI, nuove e convincenti, devono aver persuaso il procuratore generale che Trump non avrebbe più provveduto ad altre riconsegne spontanee, come quella di febbraio. E che un mandato di comparizione, con ordine di consegna dei documenti, non sarebbe stato adempiuto.

In casi come questi, i mandati di perquisizione sono l’ultima risorsa, e possono essere utilizzati anche nei casi in cui vi sia il timore di distruzione delle prove. Ma anche qui, in mancanza di informazioni ufficiali, siamo solo nel campo delle ipotesi.

L’ombra del 6 gennaio

Potrebbe anche trattarsi di una tattica investigativa: il mandato di perquisizione potrebbe essere stato richiesto per la violazione della normativa sulla conservazione dei documenti presidenziali, ma il vero obiettivo potrebbe essere il “sacro Graal” per gli avversari di Trump, ovvero prove di un suo coinvolgimento personale e diretto nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio.

Si moltiplicano gli appelli – anche bipartisan, come quello dell’ex vice di Trump Mike Pence, o del redivivo ex governatore democratico di New York Andrew Cuomo – al Dipartimento della Giustizia affinché spieghi le ragioni che hanno condotto la perquisizione.

Cosa più facile a dirsi che a farsi, però. Non è detto che gli inquirenti vogliano rivelare informazioni che è bene restino riservate ai fini investigativi. Inoltre, c’è la famosa regola (non scritta) dei 90 (o 60?) giorni di “silenzio pre-elettorale” da rispettare. Insomma, è probabile che per un po’ non conosceremo i dettagli della perquisizione e gli sviluppi dell’inchiesta.

Le reazioni politiche

Possiamo dunque solo interrogarci su quali possono essere le ricadute politiche di questo ennesimo colpo di scena. Ci sono le reazioni scontate: per i Democratici più estremisti, Trump è colpevole e merita semplicemente la galera.

Nel campo repubblicano, da parte della base trumpiana è caccia a coloro che non si sono affrettati a manifestare la propria solidarietà nei confronti dell’ex presidente, o lo hanno fatto timidamente, o con distinguo.

Poi ci sono le reazioni meno scontate: la portavoce della Casa Bianca ha detto che il presidente Biden non era stato avvertito, e ha appreso la notizia dalla stampa. È possibile che FBI e Dipartimento di Giustizia abbiano agito in autonomia – rientrerebbe nelle loro prerogative.

Ma una cosa è certa: Biden avrebbe preferito che l’attenzione mediatica fosse dedicata ai recenti risultati legislativi ottenuti dal suo partito, piuttosto che (nel bene o nel male) a Trump.

Sfiducia nell’FBI

Se non è stato avvertito, Biden ha un’ottima scusa per tenersi il più distante possibile da una vicenda che può avere effetti indesiderati. Se la perquisizione a carico di Trump si risolverà in una bolla di sapone, rischia solo di aggravarsi il pregiudizio che molti americani – soprattutto Repubblicani – nutrono nei confronti di un sistema investigativo federale che viene percepito non come arbitro imparziale, ma come un attore politicamente motivato.

A settembre 2021, secondo un sondaggio Gallup, solo il 44 per cento degli americani ha valutato l’operato dell’FBI “eccellente” o “buono”. Il sondaggio ha registrato per la principale agenzia investigativa federale un crollo di consensi di 13 punti rispetto al 2019.

E ha evidenziato l’importanza del fattore dell’appartenenza politica: solo il 26 per cento dei Repubblicani ha valutato positivamente l’operato dell’FBI, contro il 41 per cento dei Democratici. Numeri emblematici.

Doppio standard

D’altro canto, i sostenitori di Trump hanno facile gioco nell’evidenziare la disparità di trattamento rispetto ad altri casi in cui oggetto di interesse investigativo sono stati autorevoli personaggi del Partito Democratico. Tra tutti, Hillary Clinton, con le sue 33 mila email cancellate, senza aver mai subito l’onta di una perquisizione.

Superata una linea rossa

In ogni caso, per le istituzioni e la politica Usa si tratta del passaggio di una sorta di “linea rossa”. Non era mai successo che un ex presidente fosse perquisito su richiesta dell’amministrazione del suo successore. Prima era solo una possibilità teorica mai realizzatasi; ora si tratta di un precedente concreto.

Se il Dipartimento di Giustizia non darà spiegazioni convincenti, l’effetto “boomerang” (dal punto di vista politico) è dietro l’angolo. Un recentissimo sondaggio (Monmouth University) ha rivelato che le udienze dell’inchiesta del Congresso sull’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 non hanno avuto quell’impatto negativo sull’immagine di Trump che i Democratici speravano.

Nel campo repubblicano, se decidesse di ricandidarsi, sarebbe ancora lui il candidato di punta. E se non emergeranno a suo carico chiari elementi di colpevolezza, la base trumpiana potrebbe anzi uscirne galvanizzata, proprio come avvenne alla vigilia delle presidenziali del 2016.

lunedì 9 marzo 2020

L'emergenza "coronavirus" e le domande scomode: i DPCM che hanno reso tutta Italia "zona protetta" sono costituzionali?

Ragazze e ragazzi miei, comunque non appena sarà passata la buriana, potremo riflettere su come nel Paese "con la Costituzione più bella del mondo" i diritti fondamentali (libertà di circolazione, libertà di riunione...) possano essere sospesi con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri:

- senza necessità di firma del Presidente della Repubblica;

- senza necessità di voto del Consiglio dei Ministri;

- senza necessità di conversione in legge da parte del Parlamento.


Suggerisco di leggere le riflessioni di vari esperti di diritto costituzionale, che non nascondono le loro perplessità su come le istituzioni stanno affrontando, dal punto di vista normativo, l'attuale fase di emergenza.

Prof. Marco Olivetti dal suo profilo Facebook: "L’emergenza covid-19 impone, ma la Costituzione non va in quarantena. Le fragili basi di decisioni forti".

Prof. Giulio M. Salerno su IlSussidiario.net: "Decreto Coronavirus/ Il giurista: il caos delle regole rischia di aumentare il panico - L'ultimo decreto Conte per fronteggiare l'emergenza coronavirus mostra gravi limiti e deroga alla Costituzione in modo sbagliato e preoccupante".
Prof. Lorenzo Cuocolo su Genova24.it: "Coronavirus, diritti azzerati per decreto. Il costituzionalista Cuocolo: "Correggere il tiro, il Parlamento ritrovi il suo ruolo".
(Grazie all'amico Marco Dani per le segnalazioni).

E da ultimo, sulla deminutio del Parlamento in questa fase, Prof. Andrea Pertici su La Stampa: "Coronavirus, le Camere dimezzate votano il bilancio. Pertici: «Precedente pericoloso» - Il costituzionalista: “Nelle fasi di emergenza il Parlamento deve vigilare sul governo. No a un supercommissario al posto del premier”.
***

Di seguito i principali strumenti normativi adottati dall'esecutivo per affrontare l'emergenza:

1) Decreto legge 23 febbraio 2020 n. 6
"Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19"
(consultabile sul sito della Gazzetta Ufficiale qui)

2) Decreto legge sull'organizzazione giudiziaria
"Misure straordinarie ed urgenti per contrastare l'emergenza epidemiologica da COVID-19 e contenere gli effetti negativi sullo svolgimento dell'attività giudiziaria".
(consultabile sul sito della Gazzetta Ufficiale qui).

3) Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 8 marzo 2020
"Ulteriori disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misura urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19
(consultabile sul sito della Gazzetta Ufficiale qui)



4) Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 9 marzo 2020

"Ulteriori disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19, applicabili sull'intero territorio nazionale".
(consultabile sul sito della Gazzetta Ufficiale qui)

5) Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 11 marzo 2020
"Ulteriori disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19, applicabili sull'intero territorio nazionale".

(N.B.: in corso di aggiornamento).

A questo indirizzo la sezione della Gazzetta Ufficiale che raccoglie tutti i provvedimenti emanati dal Governo relativi all'emergenza Coronavirus.

lunedì 13 giugno 2011

Juridica - Una piccola vicenda a suo modo emblematica

SALUTE. La scoperta è stata fatta dai medici

Tenta di abortire con le aspirine:patteggia 11 euro

Giampaolo Chavan

Ha ingerito anche un farmaco Ma lei ha sempre negato tutto

Domenica 12 Giugno 2011 CRONACA, pagina 15

Ha tentato di abortire ingerendo otto pastiglie di aspirina e altre otto di un farmaco, utilizzato in Nigeria per interrompere la gravidanza. Ad accorgersene sono stati i medici del pronto soccorso dove la giovane era stata portata subito dopo aver assunto le pastiglie per il suo stato di forte malessere. Il piccolo è stata salvato ma pochi giorni dopo, la donna ha comunque abortito regolarmente.
E così la nigeriana J.E., 33 anni, incinta all'ottava settimana, è stata segnalata in procura per aver violato la legge sull'interruzione della gravidanza. Pochi giorni fa, in tribunale la sentenza con un patteggiamento «lillipuziano» a 11 euro quando la pena massima prevista dalla legge del '78 è di 51 euro.
Un finale amaro per la nigeriana e i suoi difensori, gli avvocati Daniela Richelli e Mattia Magrassi. Nonostante la pena sia stata concordata, i legali sono convinti dell'innocenza della loro assistita. La trentatreenne aveva già programmato l'intervento per l'interruzione della gravidanza a pochi giorni dal ricovero al pronto soccorso. La migrante, sposata, casalinga, però, ha optato in sede giudiziaria per la soluzione che le pesò di meno sul portafoglio e ha così scelto di pagare gli 11 euro.
Il fatto risale al 29 ottobre 2009 quando, secondo l'accusa, la donna ha ingerito i farmaci per procurarsi l'aborto. Si è sentita subito male e il marito, preoccupato dalle condizioni della donna, l'ha portata subito al pronto soccorso. Una volta presa in cura la donna, i medici, saputo dello stato interessante, si sono dati subito da fare per salvare il feto e hanno effettuato la lavanda gastrica, salvando donna e feto.
Ma quel giorno è partita anche la segnalazione per la procura con l'accusa a carico della nuova veronese di aver tentato di abortire senza rispettare le procedure, previste dalla legge 194. Fino a pochi giorni fa quando la donna si è presentata in aula al processo. L'udienza è durata pochi minuti, giusto il tempo per formalizzare il patteggiamento a 11 euro così come deciso dal giudice Raffaele Ferraro. La vicenda giudiziaria per la nigeriana si è così chiusa. Ora, si apre un nuovo capitolo della sua vita. Quando è uscita dal tribunale, era evidente il suo stato di gravidanza. I vagiti del piccolo sono oramai prossimi.


martedì 7 giugno 2011

Juridica - per la Cassazione la convivente ha diritto allo stesso risarcimento della moglie

La Cassazione ha riconosciuto lo stesso risarcimento (oltre 20 mila euro di danni morali) alla moglie e alla nuova compagna dello stesso uomo, deceduto in un incidente stradale (Fonte: La Repubblica).

Letture - L'errore di calcolo di Bin Laden

L'articolo " Bin Laden’s Catastrophic Success " di Nelly Lahoud, pubblicato su Foreign Affairs nel settembre/ottobre 2021 , c...