domenica 6 ottobre 2019

Nozze gay: la Corte Suprema Usa infiamma la corsa verso le elezioni di medio termine

(Comparso su Atlantico Quotidiano del 6 giugno 2018)
La Corte Suprema degli Stati Uniti si è pronunciata lunedì su uno dei casi più attesi dell’anno, esprimendosi a favore di un pasticcere del Colorado che, nel 2012, si era rifiutato, per motivi religiosi, di realizzare la torta nuziale per una coppia gay. Nell’opinione di maggioranza, redatta dal giudice Kennedy, la Corte ha ricordato che, secondo la Costituzione federale, le obiezioni religiose e filosofiche al matrimonio gay sono opinioni protette e, in alcuni casi, forme protette di espressione.
Apriti cielo. Gli ultrà conservatori hanno accolto la sentenza come un concreto dietrofront della Corte in materia di diritti delle coppie dello stesso sesso (cosa che non è). Gli attivisti del movimento LGBT, per contro, hanno accusato i giudici “supremi” di aver fatto un inaccettabile passo indietro nel cammino verso la piena tutela dei diritti civili (e non si tratta nemmeno di questo).
L’attenzione del mondo politico per questa sentenza è inevitabile, non solo per l’argomento specifico, che riguarda il delicato equilibrio tra libertà religiosa e diritti delle coppie dello stesso sesso, ma anche perché i precedenti della Corte Suprema, nel sistema Usa, hanno natura vincolante, in virtù della regola del c.d. stare decisis. Tuttavia, una lettura serena e immune da pregiudizi ideologici impone di riconoscere che, in questo caso, si tratta di un precedente dal “fiato corto”. Certo, dal punto di vista numerico la maggioranza che si è pronunciata a favore del pasticcere è piuttosto ampia (7-2), e ciò grazie anche al fatto che due dei giudici di orientamento democratico, Breyer e Kagan, hanno votato come i loro colleghi conservatori. Ma si tratta di un precedente strettamente legato alle peculiarità del caso concreto – ed in particolare alla “chiara ed inammissibile ostilità” dimostrata dalla Commissione dei Diritti Civili del Colorado, che aveva sanzionato il pasticcere senza riconoscere adeguata tutela alla sua libertà religiosa. La Corte ha evitato di tracciare un precedente di carattere generale in materia di bilanciamento tra libertà di espressione – religiosamente caratterizzata – e diritto al matrimonio gay, lasciando tale compito al Congresso (o, all’occorrenza, a un proprio futuro intervento). Pertanto, rimane intatta la sentenza cardine in materia, pronunciata nel caso Obergefell c. Hodges, con cui la Corte, nel 2015, ha affermato che la Costituzione federale riconosce alle coppie dello stesso sesso il diritto al matrimonio.
Le reazioni accese che hanno seguito la sentenza di lunedì sembrano però ignorare volutamente il valore circoscritto della sentenza, approfittando del suo tecnicismo. Come mai? Per un duplice motivo. In primo luogo, questa è l’America ai tempi di Trump: un enorme stadio, in cui le opposte tifoserie si schierano e si dividono in maniera pregiudiziale, seguendo riflessi quasi pavloviani. Diviene così molto difficile il compito di chi vuole distinguere, nel fuoco incrociato delle opposte propagande, il reale significato degli accadimenti.
In secondo luogo, al di là delle contrapposizioni ideologiche in materia di diritti gay, questa sentenza della Corte Suprema riacutizza un problema politico-istituzionale che sta diventando sempre più pressante. Da mesi si inseguono le indiscrezioni su un possibile ritiro proprio del giudice Kennedy, che ha redatto non solo questa sentenza “circoscritta”, ma anche quella “cardine” nel caso Obergefell. Kennedy, 81 anni, nominato da Reagan, è un conservatore centrista, e il suo voto è il puntello decisivo per la maggioranza conservatrice della Corte Suprema. Ma Kennedy, tra gli attuali membri della Corte, dal punto di vista anagrafico non è neppure il giudice più anziano. Difatti, ha da poco sorpassato le 85 primavere Ruth Bader Ginsburg, icona liberal e femminista, divenuta una celebrità sui social media durante la campagna presidenziale del 2016, quando, rompendo la tradizionale riservatezza dei giudici “supremi” sui temi politici contingenti, non ha esitato ad esprimere la propria avversione per Trump (salvo poi scusarsi).
La battaglia ideologica sui diritti dei gay si sovrappone quindi alla lotta per il controllo dell’orientamento della Corte Suprema, e non solo. I giudici della Corte Suprema, così come tutti i giudici federali, sono nominati dal presidente, ma le loro nomine devono essere confermate dal Senato. E si tratta di nomine a vita.
Trump, in campagna elettorale, ha promesso di nominare – alla Corte Suprema, qualora si fosse presentata l’occasione, ma anche ai livelli inferiori della giurisdizione federale – giuristi dall’impeccabile preparazione tecnica, e dall’altrettanto granitico orientamento conservatore. Promessa mantenuta con la scelta del poco più che cinquantenne Neil Gorsuch – perfettamente corrispondente a questo profilo – per riempire il posto vacante lasciato, per più di un anno, dalla morte del giudice Scalia.
Se Kennedy dovesse ritirarsi a breve, Trump avrebbe la possibilità di sostituirlo con un altro giudice conservatore e relativamente giovane. Si materializzerebbe così uno dei peggiori incubi per i Democratici: una maggioranza conservatrice alla Corte Suprema destinata a durare a lungo, forse decenni. E proprio per esorcizzare questo incubo, il giudice Ginsburg ha finora fatto di tutto, dal canto suo, per smentire le voci che pure la davano per prossima al ritiro, vista l’età. Ma non c’è solo la Corte Suprema. L’ostruzionismo esercitato dai Repubblicani durante la presidenza Obama ha lasciato in eredità a Trump molti posti vacanti ai vari livelli della giurisdizione federale. Sono quindi ora i Democratici ad utilizzare tutti gli stratagemmi possibili – anche a danno della funzionalità del sistema – per rallentare il processo di conferma delle nomine pendenti (secondo l’ultimo conteggio, sono circa 148). Non riuscendo a “toccare palla” dal punto di vista politico, tramortiti prima dalla vittoria imprevista di Trump ed ora dall’attivismo della sua amministrazione, e privi di una chiara leadership, ai Democratici non resta che affidarsi, a propria volta, all’ostruzionismo, e alla speranza che le elezioni di medio termine del prossimo 6 novembre modifichino l’attuale maggioranza repubblicana al Congresso, Senato compreso.
Il tema del matrimonio gay è quindi il classico casus belli, ma la guerra vera riguarda le nomine dei giudici federali – dalla Corte Suprema in giù – destinate ad incidere a lungo sull’equilibrio complessivo del sistema politico-istituzionale. La sentenza sul pasticcere del Colorado ha un significato circoscritto, ma è perfetta per essere sventolata come bandiera ideologica da entrambe le parti, quasi come uno specchietto per le allodole: serve a chiamare a raccolta le opposte tifoserie, e a motivarle in vista della prossima battaglia decisiva, fissata alle urne tra cinque mesi.

“Deep State” e Russia: lo “Stato permanente” conta anche in Italia e Berlusconi lo ha capito

(Comparso su Atlantico Quotidiano del 19 aprile 2018)
La presidenza Trump ha portato alla ribalta due temi, che sono troppo spesso affrontati in maniera così dozzinale e sensazionalistica da renderli, in realtà, irrilevanti, ma che, se analizzati seriamente, non possono essere ignorati, a Washington così come da noi.
Il primo tema è quello del cosiddetto “Deep State”, o “Stato profondo”. Secondo gli appassionati di complotti (soprattutto quelli che hanno simpatie di destra), il “Deep State” è costituito da un gruppo di persone inserite nei gangli strategici dell’alta burocrazia, dell’intelligence, delle forze armate, i quali perseguono un ben preciso indirizzo politico, soprattutto in tema di sicurezza nazionale, indipendente dalle contingenze determinate dai risultati elettorali. Secondo i sostenitori delle più ardite teorie cospirative, per perseguire i propri scopi, i membri del “Deep State” non si farebbero scrupolo di utilizzare metodi illegali e anche estremi, quali il ricorso, all’occorrenza, a scandali pilotati, all’assassinio politico, a tentativi di colpi di stato. Chiaramente, la tematica, così affrontata, è degna di trovare spazio solo sui tabloid scandalistici, o al massimo, in serie televisive thriller come quella, omonima, approdata in queste settimane anche in Italia. Si tratta, però, del deterioramento ad uso scandalistico di un tema importante, negli Stati Uniti e non solo.
È quasi banale, infatti, affermare che in un sistema istituzionale articolato e complesso come quello statunitense, esiste in effetti un apparato che può essere identificato quale “Stato permanente”. Esso è certamente costituito dagli esponenti di quell’alta burocrazia federale, i cui incarichi non sono legati allo spoil system; ciò consente a questi alti burocrati di perseguire un proprio indirizzo politico, per così dire, appunto, “stabile”, che, tende, di per sé, quasi inevitabilmente, a diventare difficilmente permeabile, e refrattario al controllo dei vertici di nomina politica. È per questo motivo che il termine “Deep State” è dibattuto, “seriamente”, anche nell’ambito della scienza politica, per individuare quegli influenti centri decisionali nell’ambito della pubblica amministrazione che sono relativamente permanenti, e le cui linee politiche ed i cui programmi di lungo periodo, soprattutto in materia di sicurezza nazionale, sono difficilmente influenzabili dal succedersi dei vari governi democraticamente eletti. Un problema presente in tutte le democrazie.
Il secondo tema è quello della cosiddetta “Russia Collusion”. I rapporti tra Stati Uniti e Russia sono così tesi – o, almeno, parte della schieramento politico vuole che siano così tesi – che per un funzionario statunitense anche solo avere contatti, nell’esercizio delle proprie funzioni, con l’ambasciatore russo può essere motivo sufficiente per essere pubblicamente additato come traditore (come dimostra la vicenda di Michael Flynn, costretto a dimettersi pochi giorni dopo essere entrato in carica come consigliere della sicurezza nazionale di Trump). I Democratici si sono aggrappati al tema dell’influenza di Putin sulla corsa alla Casa Bianca, e, di conseguenza, alle indagini del procuratore speciale Mueller – che dopo mesi non è ancora riuscito a cavare un ragno dal buco – per due principali motivi: in primo luogo, perché non sono ancora riusciti a metabolizzare l’inaspettata sconfitta alle presidenziali del 2016, e non hanno ancora escogitato nulla di meglio; in secondo luogo, perché sanno che è un tema che può mettere in difficoltà Trump anche nei rapporti con quello che, in teoria (molto in teoria), è il suo partito, ovvero il Partito Repubblicano, o almeno con quella parte del Partito Repubblicano che ha una linea molto rigida nei confronti della Russia.
Quello della “Russia collusion” è quindi un altro argomento spesso strumentalizzato ed utilizzato in modo propagandistico, come arma utile solo per danneggiare l’immagine dell’avversario politico. Ciò non vuol dire, però, che il tema dei tentativi della Russia di influenzare la politica americana debba essere trascurato. I resoconti di stampa ed i rapporti di intelligence sull’utilizzo di attacchi hacker, fake news e altri strumenti di propaganda legati – direttamente o indirettamente – a Mosca sono troppi per essere ignorati. Semmai restano dubbi sul fatto che abbiano avuto reale efficacia nell’influenzare le decisioni dell’elettorato americano. Anche se è più plausibile che la Russia avesse, come obiettivo, non tanto quello di favorire uno specifico candidato (Trump piuttosto che Clinton), quanto quello di creare confusione e divisione, mettendo in difficoltà gli Stati Uniti sul piano interno. Ed il livello di tensione tra il presidente in carica e i suoi oppositori induce a pensare che questo obiettivo la Russia l’abbia raggiunto, eccome.
Dopo aver cercato, quindi, di dare un contenuto “serio” al tema del “Deep State” e della “Russia Collusion”, possiamo chiederci se si tratta di categorie interpretative utili anche per analizzare i fatti di casa nostra. La risposta è sicuramente affermativa, come dimostra l’evoluzione repentina assunta, negli ultimi giorni, dalle consultazioni per la formazione del nuovo governo.
Se volessimo tentare di dare un contenuto – serio – all’indirizzo politico del “Deep State” italiano, senza fare eccessivo uso di fantasia possiamo elencare tre sigle che individuano le tre “stelle polari” della politica estera e di sicurezza italiana: NATO, ONU, UE. Ormai sappiamo che durante la Guerra Fredda, la tutela di queste coordinate di azione – soprattutto la prima – poggiava anche su apparati clandestini, che avrebbero dovuto attivarsi qualora la minaccia sovietica si fosse resa attuale. Durante la cosiddetta Seconda Repubblica, il carattere cogente di queste linee di azione (che sono parte integrante di quello che possiamo definire come “indirizzo politico costituzionale”, il cui supremo guardiano alloggia al Quirinale) è emerso durante le varie crisi politiche che si sono succedute durante il lungo “regno” dell’undicesimo presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. E gli avvenimenti di queste ore dimostrano che, sotto questo profilo, il presidente Mattarella, giustamente, non intende discostarsi di un millimetro dall’operato del suo predecessore.
Per quanto riguarda il tema della “Russia Collusion”, invece, occorre rilevare che, in Italia, il livello di sensibilità è sicuramente inferiore rispetto agli Stati Uniti. Del resto, qui da noi, sul tema dei finanziamenti stranieri alla politica nessuno può vantare un’autentica verginità. Tutti ricorderanno le clamorose esternazioni di Cossiga sui rubli che da Mosca finivano nelle casse del PCI, e sui dollari con cui la CIA finanziava la DC. Forse a causa di questa totale mancanza di innocenza della Repubblica italiana, le notizie di stampa sui legami con la Russia di Putin della Lega, capitanata da Salvini, alla disperata caccia di finanziamenti, non hanno generato particolare scandalo. Negli Stati Uniti, un politico che si facesse fotografare con una maglietta raffigurante l’effigie di Putin sulla Piazza Rossa non potrebbe concretamente aspirare alla Casa Bianca. In Italia invece, è stato fino all’altro giorno regolarmente in corsa per diventare premier.
Ma a tutto c’è un limite. La linea scompostamente filoputiniana e filoassadiana espressa da Salvini nelle ore che hanno seguito l’attacco di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna al programma di armi chimiche di Assad ha fatto retrocedere la Lega di molte posizioni nella corsa per la formazione del nuovo governo. Delle due l’una: o si è trattato di una vera e propria topica in un momento delicato, oppure Salvini aveva già capito che Mattarella aveva già optato per un incarico istituzionale, e ha deciso di curare gli umori della propria base. Solo un po’ più sfumata – contraria all’attacco ma filo-Nato – è stata la posizione espressa da Fratelli d’Italia, partito che anche in questo frangente si è accontentato
di un ruolo solo ancillare.
Non è una sorpresa, quindi, che il presidente Mattarella abbia deciso di affidare un incarico esplorativo a Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, ma anche e soprattutto esponente di Forza Italia fedelissima e di lungo corso. Berlusconi, nel week end di guerra-lampo appena trascorso, si è palesato, rispetto a Salvini, quale interprete più affidabile di quelle che sono le coordinate di azione dello “Stato permanente” italiano. D’altronde, l’opera dello “Stato permanente” Berlusconi l’ha provata sulla propria pelle, nel novembre 2011; e dimostra di aver imparato la lezione.

Il Museo Egizio ha un direttore bravo a fare pubblicità… soprattutto a se stesso

(Comparso su Atlantico Quotidiano del 14 febbraio 2018)
Christian Greco, il direttore del Museo Egizio di Torino, è uno dei nuovi eroi della sinistra italiana e degli ultras del multiculturalismo. Aitante egittologo, prodotto della “generazione Erasmus”, una biografia che non manca di passaggi da libro “Cuore” (secondo un ritratto del Corriere della Sera, mentre studiava in Olanda “ha fatto le pulizie nei bagni pubblici della stazione, ha lavorato come guardiano di notte all’hotel Ibis”), dopo essere stato un “cervello in fuga” è stato scelto, con un concorso internazionale, per dirigere quello che, nel suo genere, è considerato il più importante museo del mondo dopo quello del Cairo. Il grande pubblico italiano, però, ignorava l’esistenza di Christian Greco (e in troppi, a dire il vero, non si erano neppure accorti che il Museo Egizio avesse riaperto il primo aprile 2015, dopo tre anni e mezzo di ristrutturazione), finché Giorgia Meloni non ha deciso di protestare in maniera eclatante contro un’iniziativa promozionale (peraltro già realizzata l’anno scorso e passata, non a caso, in sordina) rivolta ai “Nuovi Italiani”, ovvero ai “cittadini di lingua araba”, che dal 6 dicembre 2017 al 31 marzo 2018 “potranno entrare in due al costo di un biglietto intero”. Per la leader di Fratelli d’Italia, si tratterebbe di una discriminazione bella e buona ai danni dei “vecchi” italiani, o quantomeno di quegli italiani che non sono di lingua araba e che quindi non possono usufruire dell’offerta “due al prezzo di uno”.
Il video in cui Giorgia Meloni e Christian Greco si confrontano davanti al Museo Egizio è uno dei passaggi più interessanti di questa deprimente campagna elettorale. Merita un’occhiata, perché mette a confronto due “giovani leader” (seppure in ambiti diversi). Secondo i sostenitori di Greco, nel confronto avrebbe stravinto lui. A dire il vero, dopo essere riuscito a piazzare l’affermazione secondo cui il Museo Egizio non riceverebbe finanziamenti pubblici, quando è stato incalzato proprio su alcuni dettagli di bilancio, Greco si è ritirato dalla discussione, trincerandosi dietro un bellissimo e molto torinese (anche se è nato ad Arzignano) sorriso di cortesia. Il tutto, poi, è stato opportunamente travolto dal bailamme causato dalla presunta “promessa/minaccia” di Fratelli d’Italia di cacciare Greco dopo le elezioni, cosa peraltro impossibile visto che il Museo è retto da una fondazione privata.
Insomma, un piccolo grande caso politico in cui la sinistra italiana ha trovato, come si diceva, un nuovo eroe, già pronto a rivestire, all’occorrenza, il ruolo di vittima di un fantomatico “editto di Torino”.
In tutto questo, duole che Giorgia Meloni abbia confermato la tendenza ad usare argomenti utili, soprattutto, a galvanizzare la propria base (ovvero a consolidare i voti che ha già) e non abbia fatto ricorso, invece, ad un argomento molto semplice, che le avrebbe consentito di smarcarsi dal confronto ideologico più scontato. Sarebbe stato interessante, ad esempio, sottolineare che al direttore del Museo Egizio di Torino piace – come si suole dire – “vincere facile”, visto che cerca di aumentare il numero dei visitatori regalando i biglietti. Sarebbe stato agevole, a quel punto, anche infilarci una battuta – ovvero che per fare questo non occorre essere un “egittologo”. Persino io sono convinto di riuscire, senza troppi sforzi, a portare i miei amici di Torino a vedere il Museo Egizio, se regalo loro il biglietto.
Battendo su questo tasto, si sarebbe giunti alla domanda centrale: al di là dell’affascinante biografia, Christian Greco è davvero bravo, come direttore del Museo Egizio di Torino? Una veloce lettura dei bilanci pubblicati sul sito del Museo consente di verificare che la principale voce di ricavo è costituita proprio dalla vendita dei biglietti d’ingresso. E che una delle prime decisioni post insediamento del neo direttore – presa evidentemente per far quadrare i conti dopo la riapertura – è stata quella di raddoppiare o quasi il prezzo del biglietto. Anche qui, potremmo aggiungere, non ci voleva un egittologo… Mentre gli ultimi due bilanci previsionali disponibili sul sito del Museo (relativi agli anni 2016 e 2017) prendono in considerazione un numero sempre stabile di visitatori. Non si prevede, quindi, una tendenza di crescita. Certo, meglio essere prudenti. Ma insomma: siamo sicuri che regalare i biglietti sia un’efficace iniziativa promozionale? Grazie alla polemica favorita dalla concomitanza con la campagna elettorale, si è trattato di una strategia sicuramente vincente per la visibilità personale di Greco. Che poi ciò possa tradursi anche in visibilità del Museo presso il pubblico pagante – primo finanziatore dell’attività corrente del Museo stesso – beh, questo resta tutto da dimostrare.

sabato 5 ottobre 2019

Trump al Congresso: l’Unione è forte, la “palude” politica divisa

(Comparso su Atlantico Quotidiano del 31 gennaio 2018)
Ieri a Washington si è celebrato uno dei principali riti collettivi della politica americana: il Presidente Trump ha pronunciato, davanti al Congresso riunito in seduta comune, il suo primo Discorso sullo Stato dell’Unione.
Si è trattato, come sempre, di un evento in cui la coreografia, la retorica e il body language hanno fatto la parte del leone, offrendo così, agli spettatori, la summa dell’immagine che, nella fase attuale, la politica Usa intende proiettare di sé.
Trump è stato accolto in maniera estremamente calorosa dalla parte repubblicana dell’aula, che ha fatto di tutto per eclissare l’accoglienza glaciale riservatagli dagli esponenti del Partito Democratico.
In meno di un minuto il Presidente ha strappato la sua prima standing ovation; ne ha ricevute molte, in effetti, durante il discorso durato più di un’ora. Si è trattato di acclamazioni bipartisan, quando ha elogiato le gesta di militari e operatori dei servizi di emergenza, invitati quali ospiti d’onore e indicati come esempi di eroismo ed abnegazione. O quando si è trattato di salutare Steve Scalise, membro della Camera dei Rappresentanti – molto vicino politicamente a Trump – miracolosamente sopravvissuto, l’anno scorso, ad un attentato di matrice politica.
Gli applausi, invece, sono stati quasi sempre della sola parte repubblicana quando Trump ha rivendicato i risultati della propria Amministrazione, citando i dati sull’occupazione, l’andamento dell’economia, il taglio delle tasse, gli interventi correttivi sulla riforma sanitaria di Obama. È stato così anche nella parte centrale del discorso, dedicata ai temi di politica interna, che ha preso le mosse da temi generali – quali il richiamo all’afflato religioso che ispira la democrazia americana, l’elogio delle Forze Armate e della bandiera, le nomine di “bravi” giudici federali. Qui Trump non è andato a caccia di consensi tra i Democratici, anzi, ha proseguito di gran carriera toccando temi a loro invisi, quali la difesa del Secondo emendamento, la tutela della libertà religiosa, la drastica diminuzione della regolazione pubblica; solo poi si è dedicato ad argomenti su cui è possibile trovare qualche punto di incontro bipartisan, quali la reindustrializzazione degli Usa, la riduzione dei costi dei farmaci da prescrizione, la rinegoziazione dei trattati commerciali, il gigantesco piano delle infrastrutture, ma anche la formazione professionale, i congedi parentali, la reintroduzione degli ex carcerati nel mondo del lavoro. Ma non ci si deve sbagliare, Trump non è interessato a “inciuci” con l’opposizione: la parte del discorso dedicata ai temi interni si è chiusa, infatti, con ampio spazio per i “cavalli di battaglia” della piattaforma trumpista in materia di immigrazione, come la costruzione del muro al confine con il Messico (indissolubilmente legato al piano per risolvere il problema dei “Dreamers”), e nel campo della lotta al traffico di droga.
L’ultima parte, infine, è stata dedicata alla politica estera, e qui Trump ha confermato la linea intrapresa volta allo smantellamento della balbettante politica estera obamiana, partendo dal rafforzamento e ammodernamento della capacità militare Usa, in linea con il motto reaganiano “peace through strength”; per poi passare alla rivendicazione dei risultati ottenuti, in poco più di un anno, nella guerra contro l’ISIS; alla riapertura senza riserve di Guantanamo quale carcere per i terroristi; alla riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele; al rafforzamento del principio di condizionalità nell’erogazione di contributi economici agli Stati esteri e alle organizzazioni internazionali, che non possono andare a beneficio dei nemici degli Usa; alla conferma della drastica inversione di rotta nella politica nei confronti di Cuba, Iran e Corea del Nord.
In tutto questo, si sono susseguiti vari momenti d’impatto mediatico, accuratamente studiati: l’omaggio ai genitori di due ragazze uccise dai membri di una banda criminale composta prevalentemente da immigrati; ai genitori di Otto Warmbier, studente americano morto pochi giorni dopo essere stato liberato da un’assurda e feroce prigionia in Nord Corea; ad un esule nordcoreano che ha sollevato la sua vecchia gruccia (ora cammina grazie a protesi artificiali made in Usa) come emblema della sua lotta per la libertà. Infine, il coro “Usa-Usa”, quando Trump ha celebrato il Campidoglio di Washington come monumento al principio di autogoverno su cui si fondano le istituzioni americane, sottolineando che esse sono al servizio del popolo americano, e non il contrario (sì, chiamatelo, se volete, populismo).
In tutto ciò, i Democratici hanno cercato, come detto, di proiettare un’immagine di ferma distanza e contrapposizione, limitandosi a “fare presenza” e ad unirsi al Presidente solo negli omaggi a militari e first responders. Alcuni intellettuali “indipendenti”, dal canto loro, nei primi commenti, hanno sottolineato che si è trattato di un discorso “divisivo”. Analisi che lascia il tempo che trova, perché il problema è che, nella politica americana, ad essere “divisivi” sono soprattutto i temi.
Ma il pubblico americano cosa ne pensa? Per quello che valgono, i primi sondaggi fatti dai più grandi network televisivi (CBS e CNN) hanno riferito di un’approvazione a larghissima maggioranza del discorso da parte dell’elettorato repubblicano, e di un grande apprezzamento anche da parte degli elettori indipendenti. E – sorpresa sorpresa… – anche quasi la metà degli elettori registrati come democratici ha espresso giudizio positivo. Se si tratta di rilevazioni accurate, Trump, con il discorso di ieri sera, ha segnato un importante punto a proprio favore.
È indicativo, del resto, che i Democratici abbiano affidato la “replica” a Joseph “Joe” Kennedy III – pronipote di JFK – che, se non fosse per l’augusto cognome, sarebbe da considerare a tutti gli effetti un “peso piuma” del partito. Il problema è che, quando il “Russia gate” passa in secondo piano nell’agenda mediatica, emerge la scomoda, tragica verità: il Partito Democratico è ancora in stato di shock per la sconfitta alle presidenziali del 2016, e dalle macerie lasciate dal binomio Obama-Clinton deve ancora emergere un barlume di leadership vincente. È per questo che, in mancanza, viene dato spazio alle posizioni più estremiste (come quelle che hanno portato all’autolesionistico – per i Democratici – shutdown del governo federale, durato lo spazio di un weekend), o a idee velleitarie che esistono solo nell’immaginario di Hollywood e del jet set newyorkese (come “Oprah for President”), o, come detto, ai “pesi piuma”, nella convinzione che questi ultimi, in realtà, più di tanto non possano fare, se non vivere di luce riflessa.
Insomma, se l’Unione federale è forte, come ha detto (a ragione) Trump durante il suo discorso, il solco che divide la “palude” politica di Washington è profondo, ed è proprio il Presidente a scavarlo con convinzione. Vedremo come ciò si tradurrà nella corsa, già iniziata, verso le elezioni di medio termine di novembre. Mentre i Democratici in cerca di idee hanno la tendenza ad arroccarsi nell’estremismo, Trump procede come uno schiacciasassi, dimostrandosi capace di catalizzare il partito repubblicano, e di conquistare, all’occorrenza, anche molti indipendenti.

domenica 13 maggio 2018

Trump a Davos e il cesso d’oro di Cattelan

NOTA:
Da gennaio collaboro saltuariamente con "Atlantico Quotidiano". 
Atlantico è "un quotidiano online, una newsletter e una rivista cartacea trimestrale di analisi e approfondimenti su politica, economia e politica internazionale: con un rigoroso approccio occidentale e pro-mercato. La direzione editoriale è di Federico Punzi, Daniele Dell’Orco e Daniele Capezzone. L’editore è Francesco Giubilei".
Questa è la versione lunga.
La versione corta è che a fine dell'anno scorso (novembre direi), mi ha telefonato Federico Punzi - che fino ad allora conoscevo solo per averlo ascoltato via radio e per aver interagito con lui via Facebook, trovandoci in sintonia su molti argomenti - il quale mi ha esposto il progetto. Quando mi ha detto che si sarebbe chiamato "Atlantico", io ho detto: "Guarda, ti dico subito di sì". In effetti, penso che sarebbe stato difficile trovare un nome capace di offrire una sintesi più efficace di tutto ciò che "Atlantico" vuole essere e rappresentare.
Da allora le cose che ho scritto sono pubblicate su "Atlantico", e mi rendo conto che ho completamente trascurato questo blog.
Ho pensato di rimediare, riproponendo gli articoli anche qui.
Comincio dal primo, e proseguirò in ordine cronologico.

***

(Uscito su Atlantico Quotidiano del 24 gennaio 2018)
Mentre Trump è a Davos nella tana del libero commercio mondiale, i media italiani danno ampio risalto allo sgarbo fatto al Presidente degli Stati Uniti – e alla sua famiglia – dal Museo Guggenheim. La First Family aveva chiesto in prestito un Van Gogh da esporre nella residenza privata della Casa Bianca, e la curatrice della collezione – notoriamente non una fan di Trump – ha risposto che quell’opera non era disponibile, proponendo, come alternativa, un cesso d’oro massiccio realizzato da Maurizio Cattelan, intitolato “America”.
Si tratta di argomenti che, in effetti, a prima vista, nulla c’entrano tra loro. Sono giustapposti dai media che sono solo contenti di potersi tuffare su quello che sembra un vero e proprio insulto alla First Family, e di non dover, così, dedicare troppo spazio a questioni complicate – come l’effettivo andamento del Forum di Davos – o scomode – come la vicenda degli inquietanti sms anti Trump degli agenti dell’Fbi, prima perduti, ed ora, a quanto pare, ritrovati.
Ma una piccola analisi, proprio stando a questo giochetto dei media, è possibile farla. (prosegue su Atlantico Quotidiano).

venerdì 19 gennaio 2018

La destra Usa sogna - o vede - l'"Obamagate"?

Grande agitazione per quasi ventiquattr'ore sui social media negli Stati Uniti, soprattutto nell'area di destra.
L'hashtag #releasethememo ha dominato per ore tra gli argomenti più trendy su Twitter, anche a livello globale.
Si riferisce alla richiesta di rendere pubblico un memorandum confidenziale, depositato presso la Commissione per l'Intelligence della Camera dei Rappresentanti, che conterrebbe notizie "scioccanti": si tratterebbe delle prove degli abusi commessi da pubblici funzionari (di altissimo livello) nell'utilizzo di intercettazioni e sistemi di sorveglianza occulta durante l'ultimo scorcio della presidenza Obama - quello, per intenderci, che ha coinciso con la fase decisiva della campagna presidenziale, e poi con il periodo di transizione tra il Presidente uscente e il neo eletto Trump.
Nel dare impulso al battage ci ha messo del suo anche Wikileaks, promettendo un milione di dollari (in bitcoin...) a chi consegnerà alla piattaforma creata da Assange il memorandum.


E poi ci sarebbe stato l'aiutino degli account "robotizzati" di matrice russa, che avrebbe inondato Twitter dell'argomento.
Nulla di concreto, quindi?
Non proprio.
Qualcosa si sta facendo strada anche sui media main stream, anche se solo su quelli orientati a destra.
Sean Hannity, nel suo tipico monologo, spiega bene la situazione, dicendo testualmente che si tratta di uno scandalo molto più grave del Watergate.
Alcuni membri repubblicani della Camera dei Rappresentanti hanno detto di aver letto il memorandum, e di esserne rimasti scioccati.


Attenzione, però: anche i democratici si stracciano le vesti ad ogni presunto sviluppo del "Russia gate", e poi invariabilmente si tratta di fuffa.
Stiamo a vedere.

martedì 16 gennaio 2018

Il "metodo Trump" con la stampa funziona solo se sei (come) Trump.

Grande bailamme sulle dichiarazioni di Attilio Fontana, candidato della Lega alla Presidenza della Regione Lombardia. "Repubblica" ha dato grande risalto alle infelici (eufemismo) dichiarazioni dell'oscuro (fino a ieri) avvocato di Varese che la coalizione di centrodestra ha deciso di candidare dopo il misterioso "passo indietro" (sarà davvero tale?) di Roberto Maroni. Il grande pubblico ha così avuto finalmente modo di conoscere Fontana per quello che è (almeno dal punto di vista dell'immagine): un oscuro avvocato di Varese che Salvini ha scelto per rimpiazzare Maroni, che ha dovuto tagliarsi la barba per farsi accettare Berlusconi (la cui avversione per barba e baffi è leggendaria), e che ha parole infelici per esprimere i propri pensieri (male per un avvocato), o pensieri infelici (il che sarebbe ancora peggio).

(Foto di "Associazione Amici di Piero Chiara" - evidentemente fatta prima che Fontana immolasse la propria barba alla "ragion di coalizione")

Gli esperti si chiedono: ma le dichiarazioni di Fontana sono una "gaffe" spontanea o intenzionale? C’è chi dice che si tratterebbe di un’applicazione del “metodo Trump”, che, in soldoni, consisterebbe in quanto segue: "sparala grossa e stai certo che i media parleranno di temagari qualcuno in termini molto negativi, ma nell’assordante tam-tam i giudizi si mescoleranno e rimarrà solo un messaggio che circola e che viene condiviso".

Personalmente non ho alcun elemento per dire se la "sparata" di Fontana sia stata spontanea o studiata. Mi sento però di esprimere una valutazione sui soi effetti, ed in particolare di dare un umile consiglio ai responsabili della campagna Fontana: il "metodo Trump" è un po' più raffinato di come sopra descritto, e, soprattutto, funziona solo se sei Trump. Cioè è efficace se hai costruito almeno un grattacielo sulla Quinta Strada di New York, nonchè condotto un programma televisivo di prima serata per più stagioni, nonchè realizzato qualche campo da golf di lusso in giro per il mondo. E, soprattutto, se negli ultimi trenta quarant'anni hai anche lavorato incessantemente ad una cosa, e lo hai fatto davvero bene perchè tutti, ormai, nel mondo, la conoscono: hai fatto del tuo cognome un brand.

Se invece sei un Carneade, sei stato scelto da Salvini e hai dovuto tagliarti la barba per farti accettare da Berlusconi - insomma, se non hai una forza (anzi, una super forza, in termini di riconoscibilità) tua e stai agli ordini di altri, rischi di essere sottoposto al "metodo Repubblica" - che consiste nell'inchiodarti alla prima cosa controversa che fai o che dici - e di uscirne con le ossa rotte. 

domenica 7 gennaio 2018

Il libro di Wolff è pieno di bufale, ed una è un inaspettato favore per Trump

Il libro di Michael Wolff "Fire and Fury - Inside the Trump White House" contiene un sacco di fandonie, per ammissione del suo stesso autore (come ho spiegato nel mio post precedente). Leggendolo, ci si rende conto che è un libro così maldestro nel tentare di sostenere le sue "tesi" raffazzonate, da risultare quasi comico. E l'autore dimostra di essere molto spregiudicato e soprattutto un bell'individualista, perché nel dare alle stampe il suo libro, non si è reso conto che nel giro di qualche decina di pagine smonta - involontariamente - la narrativa del "Russia gate" su cui tanto si sono concentrati, nel 2017, gli oppositori di Trump (al cui campo, di certo, Wolff appartiene).

La tesi portante del secondo capitolo del libro è che Trump non solo era sicuro di perdere le elezioni, ma che, anzi, non ha mai avuto intenzione di vincerle. L'obiettivo vero di Trump sarebbe stato quello di diventare celebre e lanciare un nuovo network televisivo di destra. Varie scelte controverse della campagna Trump (che hanno indotto gli "esperti" ad accusarla di essere inadeguata, amatoriale, sotto organico, sotto finanziata, etc.) sarebbero state fatte proprio perché l'obiettivo, in realtà, non era vincere, perchè "perdere sarebbe stata comunque una vittoria". Uno dei retroscena riferiti da Wolff, è che Trump avrebbe addirittura promesso a Melania che non avrebbe vinto. E lei, la notte delle elezioni, avrebbe pianto lacrime amare, di fronte alla prospettiva di lasciare la sua dorata vita newyorkese. 

Il problema è che anche a scriverla, la "tesi" di Wolff, fa scappare da ridere. Trump era già celebre (anzi, super celebre) prima delle presidenziali 2017, e non aveva certo la necessità di candidarsi a Presidente per diventare ancora più famoso, né per fondare un nuovo network televisivo. E poi, basta guardare la faccia di Melania la notte della vittoria: non sembra proprio quella di una che l'abbia presa poi così male! 

(Per fortuna che esiste Youtube: guardate dal minuto 3:30).



La verità è che Trump si è candidato per diventare il leader di un movimento politico, con il quale lanciare un'"Opa" sul Partito Repubblicano. E' possibile che, dentro di sé, abbia avuto dubbi sulla vittoria (ma non lo ammetterà mai, significherebbe smentire il suo stile di approcciare la vita). Ma il modo in cui ha fatto campagna elettorale, soprattutto nelle ultime settimane, dimostra che, alla fine, ci credeva eccome, nella vittoria. Mentre la Clinton si riposava sicura di essere già Presidente, Trump saltava da uno Stato incerto all'altro a bordo del suo aereo, facendo più comizi nello stesso giorno. Anche allora, ovviamente, gli "esperti" lo deridevano, dicendo che sprecava il suo tempo in Stati dove non aveva possibilità di vittoria. Salvo essere clamorosamente smentiti.

Michael Wolff dimostra dunque di essere poco più che un cacciatore di gossip (di dubbio livello), ed un pessimo analista politico, perché non ha neppure lontanamente compreso l'operazione politica alla base della candidatura di Trump, fondata su due presupposti fondamentali. Il primo, è che entrambi i partiti (Repubblicano e Democratico) erano - e sono - fratturati tra l'"establishment" e un'area populista, nel Partito Democratico capeggiata da Sanders; Trump si è infilato nella frattura presente nel campo repubblicano, e ha sbaragliato tutti i contendenti. Il secondo, è che anche a fronte di questa situazione, una corsa da indipendente non aveva comunque possibilità di vittoria, resa vana dalle regole che proteggono il bipartitismo USA. Trump ha compreso questi presupposti, li ha fatti propri, e li ha posti alla base della propria campagna elettorale.

D'altronde, se avesse ragione Wolff, Hillary Clinton e gli altri candidati alle primarie repubblicane dovrebbero tutti andare a nascondersi: sono stati battuti da un dilettante della politica allo sbaraglio, che addirittura non desiderava vincere! Andiamo... Capite perché il libro di Wolff ha tratti di comicità?

Ma c'è un aspetto ancora più divertente, in questa vicenda. E cioè che un libro che ha l'unico, evidente scopo di danneggiare Trump, per l'imperizia del suo autore finisca per fargli - involontariamente - un enorme favore. E' evidente, infatti, che la "tesi" secondo cui Trump non aveva nessuna intenzione di vincere, fa crollare tutto il castello di accuse sul "Russia gate". Se Trump non voleva vincere, quale sarebbe stato, per lui, lo scopo di "colludere" con la Russia di Putin, per ottenere un ingiusto vantaggio elettorale? Nessuno! Michael Wolff non si è reso conto che, nell'ansia di vendere qualche copia in più, ha minato alle fondamenta la linea di aggressione portata avanti contro Trump dal circuito mediatico-democratico durante tutto il primo anno di presidenza. Quella stessa linea che avrebbe dovuto condurre in un battibaleno all'impeachment di Trump - se solo si fosse trovato uno straccio di prova...

Poco male! I media anti Trump non si curano del principio di non contraddizione, sono immuni da autocritica che non sia puramente formale e di facciata, e trovano comunque il modo di portare avanti la loro agenda. Qualunque cosa, per loro, va bene purché possa danneggiare la Casa Bianca - questa Casa Bianca. Ecco dunque che altre "indiscrezioni" contenute nel libro di Wolff vengono ora utilizzate per mettere in dubbio l'equilibrio mentale di Trump. Dove non si può arrivare con l'impeachment, si vorrebbe arrivare con il 25mo emendamento, quella norma della Costituzione degli Stati Uniti che regola la procedura per rimuovere un Presidente in carica. Una fantasia ancora più assurda dell'impeachment. 

E' semplicemente sconcertante che i media Usa, nella loro foga anti Trump, si prestino a propalare certe assurdità, senza minimamente rendersi conto del danno che stanno facendo all'immagine del sistema politico americano. E non è un caso che giri notizia che i nemici degli Stati Uniti - ISIS in testa - stiano diffondendo una versione "piratata" del libro di Michael Wolff, con l'evidente scopo di danneggiare il loro nemico numero uno, che in questo momento siede nello Studio Ovale.

Agli occhi di un osservatore straniero, privo di pregiudizi e mediamente informato - cioè che si informa attraverso il "filtro" dei media del proprio Paese - nella migliore delle ipotesi da un anno a questa parte negli Stati Uniti devono sembrare tutti - ma proprio TUTTI - impazziti.

Occorre rassegnarsi. Le cose non miglioreranno finché in campo democratico non spunterà qualcuno che non si limiterà a rifiutare, in maniera infantile, la vittoria di Trump e ad avversarla con argomenti assurdi (prima il "Russia-gate", poi le accuse di "instabilità"), ma si deciderà finalmente ad affrontare le ragioni della sua affermazione elettorale.

venerdì 5 gennaio 2018

Oltre la fantascienza: l'autore ammette che il libro sull'inizio della presidenza Trump è pieno di balle

Roba da non credere.

Foto di Andrew Dermont - Own work, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=65264856

In una situazione del genere, cosa farebbero un autore, e, soprattutto, un editore con un minimo di buon senso? Cestinerebbero il libro. O, quantomeno, cercherebbero altre fonti, altre conferme, prima di pubblicarlo.
E invece no!
Le balle e le contraddizioni sono state inserite allo stesso - volontariamente - per consentire al lettore di "giudicare da solo" se le affermazioni sono vere o meno. Motivazione risibile, perchè è evidente che il lettore, che non ha conoscenza diretta dei fatti, non ha elementi per giudicare se sono avvenuti o meno.
E nel frattempo, "estratti" e "indiscrezioni del libro" hanno già fatto il giro del mondo, ovviamente sprovvisti della sconcertante nota precauzionale dell'autore.
Semplicemente stupendo, no?
Sospetto che la noterella di apertura sia stata consigliata all'autore (e all'editore) dagli avvocati.
Chissà se basterà. Personalmente ne dubito.
Perchè Trump ha messo in pista un vero mastino: Charles Harder, l'avvocato che, per conto di Hulk Hogan, ha fatto fallire il sito Gawker con una causa per violazione della privacy. E che ha costretto il Daily Mail a capitolare in una causa di diffamazione promossa per conto di Melania Trump, diventando così un vero e proprio "spauracchio" dei "giornalisti" (quelli tra virgolette)..
E' facile prevedere che la causa Donald J. Trump v. Michael Wolff diventerà una pietra miliare nella storia giudiziaria Usa.

Altre cose successe nelle ultime 72 ore, oltre all'affaire Bannon

Almeno cinque:

1. Il Presidente della Commissione sull'Intelligence della Camera dei Rappresentanti, Devin Nunes, ha ottenuto dal Dipartimento della Giustizia l'accesso ai documenti e alle testimonianze sulla Fusion GPS, l'agenzia che ha "cucinato" il dossier farlocco su Trump (quello dei festini con le prostitute in Russia, per intenderci). E' una buona notizia per Trump, perchè Nunes sta tentando di capire se e come il dossier è stato utilizzato dall'Amministrazione Obama come pretesto per ottenere il permesso di spiare i funzionari della campagna Trump.

2. L'FBI ha riaperto le indagini sulla Clinton Foundation, per verificare se è stata violata la legge sui finanziamenti elettorali.

3. Anche le indagini sull'ex direttore dell'FBI Comey per violazione del segreto d'ufficio stanno procedendo. E' emerso che alcune notizie che Comey ha passato al suo amico professore universitario perchè le desse alla stampa sono coperte dal segreto. Tanto è vero che la commissione d'inchiesta del Senato ha potuto visionarle solo in una SCIF (cioè in una stanza a prova di intercettazione).

4. Trump ha chiuso la commissione che doveva indagare sui brogli delle elezioni presidenziali, perchè molti Stati controllati dai democratici si sono rifiutati di fornire i dati. L'inchiesta è stata affidata al Dipartimento della Homeland Security, che è molto più tosto e ha poteri investigativi molto più incisivi.

Però queste sono cose piuttosto tecniche e complicate da spiegare. Capisco che per molti giornalisti (soprattutto per gli inviati italiani) è più facile riferire delle "indiscrezioni" su come viene acconciata la pettinatura di Trump.

P.S.: Quanto sopra, oltre al fatto che l'indice Dow Jones (sì, quello che doveva precipitare con l'elezione di Trump) ha superato i 25.000 punti per la prima volta NELLA STORIA.



giovedì 4 gennaio 2018

Il peccato mortale commesso da Steve Bannon

Non so se Steve Bannon abbia davvero detto che il famigerato incontro alla Trump Tower tra Don Jr e l’avvocatessa russa avrebbe dovuto essere immediatamente denunciato all’FBI in quanto “sovversivo” ("treasonous").

Sul piano della credibilità, il curriculum dell’autore del libro contenente questa “rivelazione esplosiva” è tutt’altro che immacolato , per cui raccomanderei prudenza prima di trarre conclusioni. Magari tra qualche giorno arriverà una smentita o una rettifica di Bannon.


(foto di Gage Skidmore)

Certo è che l’indiscrezione ha fatto andare Donald Trump su tutte le furie. Leggete il comunicato con cui “pialla” - letteralmente - Steve Bannon. In più punti si vede chiaramente che l’ha scritto (dettato) The Donald in prima persona. La frase di apertura “Steve Bannon has nothing to do with me or my Presidency” è Trump al 100%.


Oltre a ridimensionare il ruolo del suo ex consigliere (un altro classico di Trump), nella sua feroce dichiarazione The Donald dice due cose molto interessanti: 1. accusa chiaramente Bannon di essere la fonte della marea di indiscrezioni che hanno tormentato la Casa Bianca nel primo semestre di presidenza (soprattutto fino a quanto Bannon non è stato licenziato); 2. trolla Bannon indicandolo come principale responsabile della sconfitta in Alabama, alle elezioni suppletive per il seggio senatoriale lasciato libero da Sessions dopo la sua nomina a capo del Dipartimento della Giustizia.

Chiaramente, la rissa tra Trump e Bannon è un regalo inaspettato per gli apostoli del “Russia gate”, che festeggiano: fantasticano che le affermazioni di Bannon possano finalmente fornire quello straccio di prova che in molti stanno cercando per accusare Trump di “collusione” con Putin – prova che sinora nessuno è stato in grado di trovare, per il semplice motivo che non esiste.

Ma è più utile una chiave di lettura diversa.

Innanzitutto, utilizziamo un po’ di spirito critico. Domanda: Quando è avvenuto l'incontro di Don Jr con l'avvocatessa russa? A giugno 2016. Quando Bannon è stato nominato a capo della campagna elettorale di Trump? Ad agosto 2016. Bannon ha dunque conoscenza diretta dell'incontro? No. Di cosa stiamo parlando, quindi? Di fuffa. Di un'opinione personale di Bannon - equivalente a quella dell'uomo della strada - su fatti a cui non ha assistito.

E qui arriviamo al secondo, importante elemento. Bannon ha commesso, con le sue dichiarazioni (salvo smentita) il peggiore dei peccati possibili agli occhi di Trump. Non solo è stato sleale, ma ha toccato la famiglia, il figlio primogenito, Don Jr. Il povero Steve imparerà per esperienza quanto sa essere protettivo Trump con la sua famiglia. E su questo aspetto, penso che molti – sostenitori ma anche non – saranno d’accordo con Trump. La famiglia non si tocca. Steve Bannon ha sbagliato. E Trump ha fatto bene, mesi fa, a licenziarlo. 

Bannon, “mettendo in mezzo” Don Jr., ha commesso nei confronti di Trump uno sgarbo gravissimo, e su questo possono essere d'accordo anche da molti dei “bannoniti”, ovvero i componenti di quella “base” della “alt-right” che si abbevera al sito Breitbart.com (guidato da Bannon). Uso le virgolette perché son tutte definizioni della stampa liberal che andrebbero discusse ma ci vorrebbe tempo, per cui le utilizzo così faccio prima.

Proprio l’elemento personale (la legittima incazzatura di Trump per gli attacchi di Bannon alla sua famiglia) può offrire, in prospettiva, una chiave politica interessante. 

Se ci sarà guerra con Bannon (e ci sarà), Trump da ora in poi, avrà sempre, dalla sua, questa ineccepibile motivazione personale: Bannon l’ingrato ha attaccato suo figlio per farsi pubblicità spifferando indiscrezioni dannose ad uno scrittore ostile in cerca dello scoop facile. Per cui, qualunque cosa succeda da ora in poi, Bannon se l’è cercata.

La frattura avrà un’evidente ricaduta sul piano politico nel campo della destra USA. Ricordiamoci che Bannon, dopo essere stato estromesso dalla Casa Bianca, si è messo in testa di mettere in piedi un suo movimento (ufficialmente per portare avanti "da destra" le istanze più estreme dell'agenda trumpista). È stato il regista della candidatura in Alabama alle suppletive per il Senato di Roy Moore, il primo repubblicano che, però, è riuscito a perdere in venticinque anni in quello Stato, azzoppato da controversi scandali sessuali. Trump - non a caso - durante le primarie aveva appoggiato un altro candidato, tenendosi fino a quanto possibile distante l’operazione ordita da Bannon. E ora non ha remore nell'addossare tutta la responsabilità della sconfitta su Bannon.

Ed è questo il dato politico più interessante. Trump e Bannon sono ormai due cose che vanno tenute ben distinte. Nella "guerra civile" nel campo del Partito Repubblicano, o meglio della destra Usa, ci sono ormai tre fronti: l'establishment, Trump, e Bannon. Ma non è detto che Trump ci perda, anzi, forse ci guadagnerà. Il peccato mortale commesso da Bannon consentirà a Trump di smarcarsi definitivamente dal suo controverso ex consigliere, e di muoversi ancor più liberamente tra il centro (dove si governa – la vicenda dei tagli alle tasse insegna) e la destra “bannonita” (i cui voti sono comunque sempre utili). Andando a pescare "fior da fiore", in base all'esigenza del momento.



Letture - L'errore di calcolo di Bin Laden

L'articolo " Bin Laden’s Catastrophic Success " di Nelly Lahoud, pubblicato su Foreign Affairs nel settembre/ottobre 2021 , c...